Home > Recensioni > Venezia 74 — Foxtrot

A otto anni dal “Lebanon”, con il quale conquistò il Leone d’oro, Samuel Maoz torna a Venezia 74, in concorso con “Foxtrot”, potente satira sull’impotenza dell’uomo di fronte a quella forza – che possiamo chiamare fato, destino, casualità -  in grado di travolgere completamente la vita degli uomini. Un destino laico, è bene dirlo, a cui tutti andiamo incontro inconsapevolmente, pilotandolo con le nostre scelte quotidiane. 

Mòira era il termine con cui veniva chiamata nella tradizione greca, almeno quando si trattava di un destino avverso, ed era una forza che influenzava ogni singolo aspetto della vita umana. L’entità che accompagnava l’eroe tragico nella sua lenta discesa verso l’inesorabile destino, nonostante i suoi sforzi per evitarlo. Proprio per questo, Maoz sceglie di costruire il suo “Foxtrot” come una tragedia greca in tre atti, con tanto di prologo, intermezzo ed esodo. 

“Foxtrot” inizia come un dramma familiare, per poi svelare la sua vera natura piano piano, come un puzzle composto con calma e rigore, spaziando tra diversi linguaggi. È un film complesso, che cresce con il tempo, scritto e girato con grande controllo e mestiere. 

Nel primo atto Michael (Lior Ashkenazi) e sua moglie Dafna (Sarah Adler) ricevano la notizia della morte del figlio Jonathan (Yonatan Shiray), giovane soldato caduto al fronte e devono affrontare il difficile processo di elaborazione del lutto. Il dolore, la rabbia, la negazione, sono tutte emozioni rappresentate in modo disperato e sconnesso, come disperata e sconnessa è la situazione che i due genitori devono affrontare. Ma si tratta solo di preambolo, il motore di un’azione che prenderà direzioni inaspettate.

Protagonisti del secondo atto sono, invece, Jonathan e i suoi commilitoni, in missione presso un isolato presidio stradale nel deserto. L’ironia la fa qui da padrone, la comicità è molto mimica, la situazione surreale, ma rivela un disagio sociale palpabile. 

E il terzo atto? È bene non svelare molto di più della trama di “Foxtrot”, perché è un film che si prende il proprio tempo per stupire e colpire duro quando è il momento. Un’opera dall’ironia tagliente, che analizza con lucidità la società contemporanea israeliana, ma allo stesso tempo è pervasa da una profondissima disperazione. 

C’è un monologo nel secondo secondo atto che ricorda molto da vicino, anche nel tono, il discorso che il Capitano Koons (Christopher Walken) fa al piccolo Butch nel consegnarli l’orologio in “Pulp Fiction”. È un monologo su destino ed eredità, e sul profondo disagio che si cela dietro l’impossibilità di sfuggire a questo destino. Il giovane Jonathan era destinato a diventare un soldato, come il padre Michael e il nonno prima di lui. È questa la tradizione. Una tradizione sociale. Anche qui, come nella tragedia greca, anche se in modo del tutto diverso, le colpe dei padri ricadono sui figli, attraverso le scelte fatte. In realtà il destino non esiste. Non c’è moralismo in questo, solo amarezza.

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Contro

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