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Venezia 74 — George Clooney presenta Suburbicon

Suburbicon” è il nuovo film diretto da George Clooney, ed è stato presentato oggi alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La Suburbicon del titolo è una cittadella immacolata e perfettina della società americana più puritana che si possa pensare, dove le donne sono tutte bianche, con la gonna a campana in colori pastello, e son sposate con uomini con la riga da una parte e pantaloni perfettamente stirati dalle mogli di cui sopra.

Ed è proprio quando tutto sembra ben lucidato come la foto sulla confezione delle merendine, che sotto sotto stanno muovendosi i liquami peggiori dell’iniziativa umana.

Ogni scelta peggiore ha come motore la paura, diceva qualcuno. Fatto sta che quest’opera scritta e diretta dal non più scapolo d’oro di Hollywood insieme a quei piccoli geni di Joel e Ethan Coen, è davvero orchestrata a dovere. Giocando sulla doppia follia generata dal modello americano di bravo ragazzo impeccabile e sottovuoto, capace però di aggressioni di gruppo, se approvate socialmente, e perversioni varie ed eventuali, se ben celate dal migliore dei sorrisi, i tre ricamano una storia che si snoda in parallelo su due diversi tipi di vittime e carnefici.

Da una parte c’è la famiglia Lodge composta dal papà (Matt Damon), la mamma e la zia (entrambe interpretate da una Julianne Moore eccezionalmente precisina) e figlioletto (Noah Jupe), dall’altra la famiglia Mayers, ugualmente fatta da madre, padre e piccino, che ha l’unica pecca di avere il colore della pelle sbagliato. Chi è il buono e chi il cattivo? A quali deplorevoli livelli di violenza, anche e soprattutto quando sfocia nell’indifferenza, si può arrivare per allontanare chi è d’intralcio? Fino a dove ci si può spingere per portare avanti i propri progetti?

Vale proprio la pena di assistere a questa nuova messinscena di Clooney e dei Coen, dei quali si nota il beffardo sarcasmo, i dialoghi impietosi e puliti, ottimamente assestati nello schiaffeggiare la bella faccetta pulita di un’America che non esiste più. E che, anzi, ha spesso imbrogliato fingendo di esistere.

Per l’occasione, si sono prestati alle domande della stampa il regista e i due attori principali, sbarcati a Venezia tra il delirio dei fan.

Questo film è stato scritto molti anni fa, come lo vede oggi rispetto a quello che sta accadendo con il Presidente degli Stati Uniti?

Clooney: La genesi del copione è stata ispirata proprio dall’andamento della politica americana e, nello specifico, dal progetto per la costruzione di muri contro le minoranze. Credo quindi che la nostra storia potesse permetterci tranquillamente di realizzare un film così, ambientato in Pennsylvania. Da sempre vengono diffusi messaggi di un modello di americano vincente, ma nessuno affronta veramente i problemi che avvelenano gli USA. Ho trovato quindi un nuovo modo per affrontare queste problematiche che, malauguratamente, non sono mai fuori moda.

Il personaggio di Matt Damon è a metà tra normalità e lucida follia, che forse diventa anche collettiva. È così che l’aveva pensato fin da subito mentre scriveva il film insieme ai fratelli Coen?

Clooney: Son d’accordo sulla follia lucida di Matt Damon, trovo sia una delle parti più divertenti del film, non l’ho mai visto in un ruolo così terribile. Il tipo di tematiche vissute dai personaggi ho dovuto affrontarle costantemente durante la mia formazione, si può dire che ci sia cresciuto: le lotte per i diritti civili, la segregazione che stava scomparendo. Pensavamo non ci sarebbe stato più niente del genere, ma non è andata così. Siamo dovuti crescere dopo il peccato originale della schiavitù. Anche oggi incolpiamo le minoranze di tutti i problemi che abbiamo. Mettere al centro della storia questa famiglia di pazzi, di cui Matt è capofamiglia, mi porta a pensare agli altri protagonisti della storia: i vicini di colore perseguitati. In tutto il film si guarda alla direzione sbagliata, colpevolizzando chi non c’entra nulla.

Matt Damon: Purtroppo è vero: un bianco, specialmente in certi luoghi e situazioni, è difficile che venga additato di qualche crimine se ha accanto a sé un uomo di colore. È stato molto divertente recitare in questo film, George mi aveva detto che avrei interpretato un ruolo mai fatto prima. E ho dovuto compiere un salto in avanti insieme a George.

Matt Damon, come si è sentito ad interpretare questo ruolo?

Damon: Molto dipende da chi è il regista che ti dirige. Nel mio caso ho avuto il migliore (ridono n.d.r.). Io guardo prima quello, poi la parte che farò. In effetti non ho fatto spesso il cattivo nel corso della mia carriera, però ho sempre avuto un bel ventaglio di personaggi tra cui scegliere. Ad esempio per “Downsizing” il regista ha detto che gli piacevo perché non avevo la tipica faccia da attore hollywoodiano, è forse per questo che posso ricoprire ruoli diversi.

Anche Julianne Moore ha un ruolo particolare, facendo due parti in una. Come li ha disegnati entrambi?

Julianne Moore: In primo luogo sono stata molto lieta che George mi abbia chiesto di interpretare due personaggi insieme, evidentemente ha cercato di risparmiare soldi (ridono, ndr). Mi interessava vedere come la vita di una sorella potesse ripercuotersi su quella dell’altra. L’una, Margaret, non ha una casa propria, né una famiglia, non ha né potere né autorità. L’altra, Rose, ha invece tutto: ha coronato ogni suo sogno. La prima sa bene che cosa significhi essere emarginata, anche se i ruoli tra le due sembrano alternarsi.

Clooney: Tra l’altro è stata Julianne a scegliere i colori dei vestiti che la facevano sembrare davvero spaventosa

Signor Clooney, essendo cosceneggiatore, volevo chiederle se nel costruire la storia attorno a questa famiglia così perfetta apparentemente, in realtà non ci fosse un messaggio di fondo sul fatto che le cose che paiono rassicuranti, in realtà non lo sono affatto.

Clooney: Certamente. Le persone che arrivano nel quartiere sembrano l’iconica famiglia americana, ma fanno cose orribili. Mentre scrivevamo la storia Trump stava iniziando a diffondere l’idea sul progetto di costruire muri. È naturale che non sia davvero tutto perfetto, soprattutto di fronte a scelte e proposte così evidenti.

Il punto di vista del bambino (e del suo coetaneo vicino di casa) sembra fondamentale per lo svolgimento della storia.

Clooney: Questi due ragazzi, nonostante abbiano passato entrambi la notte peggiore della loro vita, restano positivi, ed è questo lo spirito con cui si può migliorare il mondo. È la ragione per cui abbiamo lasciato il gioco tra i due come ultima scena, il tutto accompagnato dalla musica ricca di tonalità diverse. Sono i due ragazzi la luce e la speranza. Tutta la città di Suburbicon si sgretola, tranne i due ragazzi. Questo doveva essere il punto che dovevo tenere a mente mentre scrivevo la storia.

La proverbiale idiozia dei fratelli Coen nel caratterizzare certi personaggi è stavolta sbilanciata verso la mostruosità. Vi siete divertiti a rileggere con loro il copione?

Clooney: Buona domanda. I mostri nascono non perché di punto in bianco scelgano di diventar cattivi. La mostruosità arriva dopo una serie di errori stupidi, cioè ad ogni bivio od opportunità si sceglie la via peggiore. È un percorso a tutti gli effetti. Così come Matt quando alla fine dialoga al tavolo col figlio: inizialmente non l’avrebbe mai fatto. I mostri si creano lentamente e progressivamente dopo ogni scelta che facciamo. È bello immedesimarsi in questi personaggi così tremendi, perché ci ricordano quanto sia facile sbagliare e cambiare pian piano in peggio il corso della propria vita.

Perché avete lasciato questo progetto nel cassetto così tanto? Aspettavate Trump?

Clooney: Sono meccaniche viste e riviste in America, non sono certo arrivate insieme a Trump, che nessuno poteva aspettarsi che sarebbe stato eletto. Il modello di vita americano pensavamo che fosse di tutti e per tutti. Non abbiamo mai invece affrontato invece le questioni razziali nella loro interezza, scoprendo che c’erano in realtà americani di serie A e di serie B. La petizione in cui si chiedeva l’integrazione solo verso chi fosse educato, è veramente girata nella città della Pennsylvania. Tutto ciò fa parte della nostra storia, e ancora per molto ne farà parte.

La nuova generazione potrà trattare meglio questi temi? Sarà più equa nel rispetto dei diritti umani?
Moore:
La nuova generazione può essere migliore solo se la precedente getta le basi perché questo miglioramento avvenga. Non si può dar la responsabilità di una crescita solo a chi verrà.

Come mai è stato scelto Oscar Isaac per quella parte?

Clooney: Inizialmente i Coen l’avevano pensata per me. Poi mi è venuto in mente Oscar dopo averlo visto nelle sue pellicole. Ha la capacità di portare i film in cui lavora in un’altra direzione. Ma, ad ogni modo, è difficile dirigere se stessi, gli altri, e al contempo prepararsi per la parte.

Moore: Oscar è tecnicamente molto preparato. Ogni personaggio è perso a suo modo. Mentre il personaggio di Oscar è davvero mostruoso, ma anche comico.

Com’è stato essere diretti da George?

Damon: Ho fatto vari film con lui e ho capito che devi fare l’opposto di quel ti indica. Penso sia comunque il regista migliore al mondo.

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