Home > Recensioni > Venezia 74 — Hannah

Avere Charlotte Rampling come attrice protagonista per il secondo lungometraggio dev’essere un bel peso per chiunque, quindi riconosciamo le difficoltà che avrà incontrato Andrea Pallaoro che, con il suo “Hannah”, ha rinchiuso il suo film, in Concorso a Venezia 74, attorno al corpo e al volto della sua star che, con un lavoro ancora più in sottrazione rispetto al ben più riuscito “45 anni” di Andrew Haigh che le diede l’Orso a Berlino, potrebbe portare a se stessa e al film la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Ma guardare la Rampling compiere azioni in scena per un’ora e mezza non può bastare, per noi, a salvare un film pretenzioso e punitivo verso lo spettatore, che non concede nulla e pretende attenzione.

Hannah (Rampling) è costretta a fare fronte a una situazione che porta con sé accuse infamanti. Suo marito è stato arrestato e, rimasta sola, Hannah inizia a confrontarsi con se stessa. Mentre si ostina a negare una verità generalmente appurata, la sua realtà diventa sempre più inquietante, portandola ad alienarsi dal mondo che la circonda e a confrontarsi con il proprio senso di identità, la vita coniugale e la società.

La disgregazione progressiva dell’identità e delle certezze di una vita, la ripetitività dei gesti quotidiani che improvvisamente perdono di senso, persino il cane che non accetta più il cibo dalla mano della padrona. E’ al cinema nordeuropeo che si rifà il trentino Pallaoro, all’economia di gesti e situazioni, ai non detti che scavano profondi solchi spaziali ed emotivi e frantumano lo spazio scenico saturandolo di mura invisibili e al contempo invalicabili. Ma si dimentica di tratteggiare una situazione di pur minimo appiglio ed interesse, tra un viaggio in metro ed una visita al marito in carcere.

Lo ammettiamo, non abbiamo proprio sopportato il film di Pallaoro, forse anche al di là dei suoi effettivi demeriti. Non sopportiamo questa pretenziosità autoriale senza effettivo costrutto, non sopportiamo un ruolo potenzialmente esplosivo ridotto ad un vacuo vagare, non sopportiamo praticamente niente nell’ora e mezza di proiezione a cui il Festival ci ha sottoposto, forse, troppo tardi. In una competizione avara di grandissimi ruoli femminili, comunque, non ci dispiaceremmo per un premio alla grande attrice britannica. Un controsenso? Forse, a cui riserviamo lo stesso “chi se ne frega” rivolto al film.

 

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Contro

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