Home > Recensioni > Venezia 74 — Human Flow

L’operazione di Rai Cinema ci lasciava dubbiosi fin dall’annuncio: affidare alla star dell’arte contemporanea Ai Weiwei un gigantesco progetto onnicomprensivo sulla questione delle migrazioni del mondo, con immagini e contributi da tutte le aree “calde” dove le popolazioni sono costrette a lasciare casa e affetti per tentare la fortuna spostandosi, generalmente, verso l’Occidente, luogo ormai connotato più culturalmente e, soprattutto, economicamente, che geograficamente, aveva il sapore del bignamino superficiale. Lo status di perseguitato politico dell’artista cinese e la sua (discutibile) installazione sul tema della migrazione sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze devono essere stati gli agganci tematici per il suo coinvolgimento nel progetto. Ma il cinema è materia complessa, in particolare il documentario a tema “sociale”, che ha necessariamente bisogno di un punto di vista forte, magari a tesi, e di un’idea espositiva e di messa in scena tutta volta a sostenere tematicamente la chiave narrativa scelta. Non c’è nulla di tutto questo in “Human Flow”, incredibilmente in Concorso a Venezia 74, quando sarebbe bastata una serata speciale dedicatagli, magari con tanto d’interventi illustri a presentare, per incasellare il film nella Selezione Ufficiale senza sottoporlo alla lente d’ingrandimento sotto la quale, inevitabilmente, vengono a trovarsi i film in competizione.

Perché l’opera, per chi scrive, è semplicemente disastrosa, non tanto nelle singole parti quando nel risultato complessivo. A intervallare i vari segmenti appaiono sullo schermo citazioni da poeti perlopiù arabi incollati con la profondità di un post su Facebook e titoli di giornali europei decontestualizzati, insensati, una sottolineatura ridondante e fastidiosa. Tante le troupe mandate in giro per il mondo (registi di seconda unità anche illustri, Christopher Doyle su tutti) a cercare la chiave e le testimonianze per comporre, nelle intenzioni, questo immenso mosaico. Ma, come già anticipato, ci si limita a volare alto su una marea di problematiche, situazioni socio-economiche, contesti politico/culturali, alto come i droni usati a profusione, planando poche volte (ma, d’altra parte, non ce n’è il tempo) nel vero cuore dei problemi.

Ai Weiwei pone in calce la sua firma in modo fastidioso, intervenendo personalmente in alcuni segmenti, mettendo una coperta sulle spalle di un migrante appena sbarcato su una spiaggia greca, intervistando ragazzine palestinesi che hanno sulle ginocchia un suo catalogo, tagliandosi i capelli in primo piano, imbastendo una pietosa gag con un migrante bloccato nella tendopoli di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, su uno scambio di passaporti. Non mancano, visto l’argomento (ma sarebbe meglio dire GLI argomenti), momenti toccanti e commoventi. Ma ognuno di questi momenti, visto il contesto in cui è presentato, risulta ricattatorio e ipocrita, portatore di un’estetica del dolore moralmente riprovevole.

Il progetto è perfetto per una prima serata di RaiTre, per una sensibilizzazione superficiale del distratto spettatore televisivo, per ridare carne e sangue a centinaia di migliaia di persone che, nell’inesistente e limitato immaginario di una certa Italia, sono davvero ridotti al rango di numeri, cifre o insetti. Da questo punto di vista, l’operazione ha un senso e rientra anche nel concetto abusato e spesso usato a sproposito di cinema “utile”. Ma, gettato in un Concorso cinematografico, con lo spettro del TEMA ad agitarsi davanti al concetto di cinema, qui praticamente assente (speriamo la Giuria capitanata da Annette Bening non ci caschi), non può che meritarsi e ricevere il bassissimo voto che vedete qui sopra.

Un consiglio per la Rai: con l’enorme mole di girato ormai in archivio, organizzare una serie di documentari dedicandone ognuno ad una specifica area del mondo sarebbe giusto e saggio, una volta spentasi l’eco attorno ad “Human Flow”. Altrimenti una sola puntata di “Gazebo” su Idomeni o sulla (ormai smantellata) Jungle di Calais avrà sempre più spessore di questo guazzabuglio che si permette anche di mostrare, meritandosi quindi le accuse piovute da più parti di “pornografia del dolore”, un cadavere in primo piano.

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Contro

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