Home > Recensioni > Venezia 74 — Jusqu’à la garde

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Ancora un film di denuncia in concorso a Venezia 74. “Jusqu’à La Garde”, opera prima del regista francese Xavier Legrand, porta in primo piano il dramma sociale della violenza domestica. 

Myriam (Léa Drucker) e Antoine Besson (Denis Ménochet) sono divorziati e la donna sta cercando di ottenere l’affidamento esclusivo del figlio più piccolo Julien (Thomas Gioria).

Myriam, infatti, descrive Antoine come un uomo violento, un pericolo per lei e la propria famiglia. Anche Julien e la figlia quasi diciottenne Joséphine (Mathilde Auneveux) vogliono tagliare ogni rapporto con il padre. Il giudice assegnato al caso, però, decide per l’affido congiunto.

Il difficile rapporto tra i genitori è osservato dal punto di vista del piccolo Julien, interpretato in modo estremamente credibile dall’esordiente Thomas Gioria, costretto a passare del tempo con un genitore di cui ha paura e deciso a difendere a tutti i costi la madre, arrivando a mentire ad entrambi ed esacerbare i toni di un conflitto già molto teso. 

Xavier Legrand sceglie consapevolmente di non approfondire gli eventi che hanno alimentato questo senso di paura e pericolo nei confronti di un uomo dal temperamento sicuramente impulsivo, che ha problemi di gestione della rabbia, ma è ritratto come un genitore che cerca sinceramente di instaurare nuovamente un rapporto con il figlio. Si arriva persino a pensare che forse il comportamento della madre sia giustificato solo in parte, che si stia assistendo ad una faida tra coniugi ispirata a quella di “Kramer contro Kramer” (1979). 

La messa in scena di questo conflitto esasperante e doloroso per ambo le parti è misurata e realistica, lo sguardo sobrio e non fazioso. Quello che interessa al regista francese è osservare la quotidianità di una situazione di disagio reale e capillare, anche se così facendo non riesce ad approfondirne tutti gli effetti (ad esempio, ci presenta la vicenda di Joséphine per poi dimenticarsene, quasi come se fosse rumore di fondo).

Nell’ultimo atto, però, “Jusqu’à La Garde” vira improvvisamente verso i toni del thriller a tinte forti, vagamente ispirato a “Shining” di Kubrick.

Forse troppo improvvisamente, perché la spaventosa svolta narrativa non è preceduta da adeguato lavoro di costruzione della tensione. L’intenzione è quella di scioccare lo spettatore per costringerlo a riflettere su una tematica importante, ma il meccanismo è troppo poco raffinato e stride con l’impostazione essenziale di “Jusqu’à La Garde”.

Tuttavia, la sequenza di violenza domestica, girata con gran mestiere e ben recitata dal bravo Denis Ménoche, riesce trasmettere con una certa intensità il senso di isolamento, paura e impotenza di una famiglia ostaggio di una figura autoritaria e violenta.

Un debutto interessante quello di Legrand, che confeziona dramma familiare controllato e credibile, anche se poco equilibrato a livello narrativo.

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Contro

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