Home > Recensioni > Venezia 74 — Lean On Pete

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C’erano grandi aspettative per il nuovo film di Andrew Haigh, in Concorso a Venezia 74, già autore dei fortunati (e belli) “Weekend” e “45 anni”, che non sono state tradite. Il regista britannico subisce inevitabilmente il fascino dei grandi spazi dell’America più profonda, ma comprende anche il cinismo e la mancanza di solidarietà umana e sociale di una società marcia e decadente e, con “Lean On Pete”, ci regala una delle visioni più emozionanti di questi primi giorni di Mostra. Tratto da “La ballata di Charley Thompson” dello scrittore, musicista e cantante Willy Vlautin, il film è davvero una ballata folk tra Steinbeck e Springsteen, con quel misto di cinismo e romanticismo che da sempre nobilita i racconti ambientati lontano dalle coste degli Usa. Tutto inizia con una citazione su schermo, proprio da Steinbeck: ““È vero che siamo deboli e malati e sgradevoli e rissosi ma se a questo si riducesse tutto ciò che siamo sempre stati saremmo già scomparsi da millenni dalla faccia della terra”.

Charley (Charlie Plummer) è un adolescente che non ha mai conosciuto sua madre e che vive con il padre. Poco distante dalla loro nuova abitazione scopre la presenza di un maneggio ed entra in contatto con Del Montgomery (Steve Buscemi), un non più giovane proprietario e allenatore di cavalli che fa correre ovunque sia possibile guadagnare qualcosa. Charlie diventa il suo aiutante e si affezione a un cavallo, Lean On Pete, veloce nella corsa ma progressivamente affetto da disturbi che spingono Del a venderlo perché venga soppresso. Charlie non può accettare passivamente questa decisione.

Fugate immediatamente i timori che possono assalirvi dopo la lettura di questa sinossi, non si tratta di uno zuccheroso melò con protagonisti un ragazzino e il suo amico quadrupede, ma il cavallo che Charley cerca di salvare con tutte le proprie forze è metafora incarnata di un barlume di speranza, di un essere vivente al quale aggrapparsi quando sembra che tutto stia crollando, dalla struttura familiare a quella sociale e assistenziale. Il romanzo di disgregazione del 16enne ramingo non ci risparmia nessuna tappa in questa caduta nell’inferno degli “homeless”, con un diniego orgoglioso della propria condizione insistito e, apparentemente, insensato. L’istinto di sopravvivenza porta l’animale/uomo a sapersi difendere, quando i grandi spazi del Wyoming vengono attraversati dalle lingue d’asfalto popolate di veicoli, meglio del quadrupede nato e cresciuto in cattività, portato al passo legato alla corda, una corda che Charley rifiuta ostinatamente.

Haigh conferma la mano felice nella direzione degli attori, regala a Steve Buscemi uno dei ruoli migliori degli ultimi anni, non cede (troppo) al richiamo del paesaggio che tanti registi europei non hanno saputo “leggere” cinematograficamente (il nostro Paolo Sorrentino su tutti) rimanendone abbacinati e schiacciati, e si conferma uno degli autori da seguire con più interesse negli anni a venire. Il passo del suo racconto è lento e maestoso, procede per accumulo tassello per tassello, recuperando una purezza di sguardo e d’intenti che molti registi d’oltreoceano non posseggono più. Plummer si candida quantomeno al premio Mastroianni per l’attore emergente, ma non conta poi molto. A contare è la passione, la crudeltà, l’incisività di questo film di sicuro non originale, debitore di Monte Hellman per fare un nome solo, ma sincero e toccante.

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