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  • Venezia 74 — Mektoub, My Love: Canto uno

    Diretto da Abdellatif Kechiche

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Che meraviglia assoluta il cinema di Abdellatif Kechiche! Un autore unico nel panorama contemporaneo, un erede di Eric Rohmer meno cerebrale del maestro di Tulle ma più empatico verso i suoi personaggi, spesso molto giovani, spesso problematici, sempre adorabili. Nel fluviale e leggiadro “Mektoub, My Love: Canto uno”, in Concorso a Venezia 74, prima parte di un progetto che il cineasta tunisino naturalizzato francese vorrebbe si componesse pienamente con almeno un seguito, la completa fusione tra tempi della (non) narrazione e fisicità degli attori in campo, la precisione dei gesti, la presenza invisibile e insieme connotativa della macchina da presa, l’assenza totale di titoli di testa che ci getta in mezzo agli sguardi e ai corpi immediatamente e senza filtri,  tutto questo (e tanto altro) concorre a rendere il film un’esperienza cinematografica da esperire in sala, per catturare la carnale multisensorialità di un cinema che appare il più fluido e diretto del mondo, ed è questa la sua forza. Vision Distribution ha già preso i diritti di distribuzione, e noi siamo molto felici (per voi). Il film è tratto da un romanzo autobiografico di Francois Bégaudeau, ma l’autobiografia che vediamo in scena, anche se i tempi e i luoghi non coincidono, è probabilmente quella dello stesso Kechiche.

Amin (Shain Boumedine) ha lasciato gli studi di medicina per scrivere il suo film. Ma è estate, ci penserà domani. Lasciata Parigi per le spiagge del Mediterraneo, torna a casa e agli amici di sempre. Torna da Ophélie (Ophélie Baufle), compagna di giochi che non smette di guardare e fotografare. Ophélie che vuole sposare Clément ma fa l’amore con Toni (Salim Kechiouche), tombeur de femme incallito. A due passi dal mare, Amin e Toni incontrano Charlotte e Céline, inaugurando un’estate di giochi d’acqua e di promesse appese, di amori impossibili e di amori trovati.

Mektoub, il destino, una forza potente e primigenia, che cambia la vita, che orienta le esistenze, che si diverte a giocare con i sentimenti. Amin è un ragazzo schivo e introverso, a cui piace osservare, fotografare, scrivere cinema, mentre tutt’intorno la vita dei suoi coetanei e dei suoi familiari scorre, immersa in quella quotidianità (extra)ordinaria estiva che tutti noi riconosciamo, nella quale ci ritroviamo immediatamente.

Un film che sembra parlare “soltanto” di amori e infedeltà, mentre invece mostra un sud della Francia nel 1994 multiculturale e aperto all’alterità, dove il nemico del nostro protagonista (il promesso sposo dell’amatissima Ophélie), l’unico che fa la guerra, è lontano, sulla “Charles De Gaulle”, un’ombra minacciosa che incombe. I francotunisini sono laici, bevono, si ubriacano e si divertono, sono francesi e basta, il concetto di integrazione è semplicemente superfluo, appartenente al passato.

Tantissime le sequenze da ricordare: il rapporto sessuale iniziale (Kechiche sa riprendere il sesso come nessun altro), Toni che imita la camminata “di classe” di Aldo Maccione, un doppio parto in un ovile, la contrapposizione con un altro ovile per umani, la discoteca, speculare e iperormonale, l’ultima inquadratura con due ragazzi (naturalmente non vi diciamo quali) che si allontanano da noi camminando fianco a fianco, il sole che ci abbaglia spuntando dalla finestra dove Ophélie si fa ammirare, da noi e da Amin, e tante altre ancora.

Se ne sono sentite tante sul Lido, almeno quante se ne sentirono a Cannes ai tempi della Palma d’Oro per “La vie d’Adéle”, con accuse di sessismo e voyeurismo, si è criticata la lunghezza, l’intento masturbatorio. Gente che non ha capito il film, bisogna ribadirlo con forza questa volta. Kechiche ci narra una storia d’amore destinata al fallimento, immergendola completamente nel contesto in cui si svolge, tra alcool, chiacchiere, danze e invidie femminili incrociate, utilizzando tempi cinematografici inusuali per il pubblico del Duemila, tempi nei quali, lo ripetiamo ancora, bisogna immergersi, non aver fretta, per osservare le semplici vite di ragazzi e ragazze, vivere i patimenti d’amore di Amin, osservarne la felicità mentre, da solo, immortala la venuta al mondo di un piccolo agnellino.

Cinema magnifico, chiudiamo così come abbiamo iniziato, indubbiamente il nostro Leone del cuore.

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