Home > Recensioni > Venezia 74 — Mother!

Ed ecco piombare sul Lido il film che tutti amano odiare. Era ora, in un’annata piena di buoni film ma senza nessun’opera che accendesse il dibattito vero, le discussioni infinite, che dividesse la nutrita platea degli accreditati in fazioni l’un contro l’altra armata (con netta prevalenza dei detrattori). Parliamo del nuovo film di Darren Aronofsky, regista talmente eccessivo e strabordante da rilevarsi facile catalizzatore di critiche anche violente, “mother!”, in Concorso a Venezia 74. Il regista newyorkese scrive, oltre che dirigere, una sceneggiatura infarcita di simboli e metafore, ci porta fuori strada almeno un paio di volte per poi affastellare nell’ultimo segmento una moltitudine di elementi pari almeno alla moltitudine di attori che agiscono in scena, tra poliziotti, fan, detenuti e veri e propri adepti, quasi giocando con lo spettatore e la sua capacità di discernimento e di decrittazione, bruciandosi come un novello Icaro per le smisurate ambizioni che dimostra (come sempre, a dir la verità) di avere.

Uno scrittore (Javier Bardem) e la sua giovane moglie (Jennifer Lawrence) vivono da soli in una grande casa vittoriana del paese. Un giorno, uno strano uomo (Ed Harris) e poco dopo sua moglie (Michelle Pfeiffer) si trovano davanti alla loro porta e lo scrittore li invita con entusiasmo a entrare nella loro casa. Ma quando i figli della coppia (Domhnall & Brian Gleeson) arrivano a sorpresa, la tensione in casa cresce, portando a un tragico evento. Ispirandosi a l’incidente accaduto quel giorno, lo scrittore scrive un libro che gli conferisce grande fama rendendolo oggetto di culto. Sua moglie, adesso incinta, si confronterà con schiere di fan spesso aggressivi, che si riveleranno una minaccia imprevedibile.

La casa come simbolo del desiderio bruciante e rabbioso di rapporto esclusivo, caratteristica del “femminino”, il narcisismo maschile votato al riconoscimento e all’affermazione dell’Ego, contrapposto alla passione generatrice e costruttiva (con un figlio in arrivo e una casa da ristrutturare, qui il film è semplicistico prima ancora che semplice) della Donna/Madre. Non hanno nomi i protagonisti del film, questi novelli Adamo ed Eva isolati e in totale stallo, artistico per lui ed affettivo per lei. Il loro rapporto/edificio, ristrutturato con pazienza ed amore DA LEI mentre lui è perso in inutili rovelli inconcludenti, si sgretola pian piano quando altre persone s’intromettono, quando arrivano anche Caino e Abele (e tra di loro andrà proprio come credete), quando la fama porterà alla dissoluzione di tutto, pezzo per pezzo, persino del frutto dei loro lombi.

Aronofsky adotta uno stile claustrofobico modellato sull’animo della sua protagonista (gran prova della Lawrence) in una prima parte tesa, ansiogena, dove la coppia Harris/Pfeiffer, decadente lui magnetica lei, occupa gli interstizi del campo visivo cercando di relegare sempre più ai margini la protagonista. Grande esercizio di regia, da lustrarsi agli occhi. Poi si arriva alla seconda parte …

La sovrabbondanza di elementi, che non rendono più complesso l’assunto ma solo più confuso lo spettatore (e questo è un problema innegabile) disperdono il credito accumulato in precedenza, mentre un’orgia (dis)umana frantuma le pareti della casa e della tenuta narrativa, mentre un Bardem sempre più sperduto (poca roba, invece, la sua prestazione) continua a spuntare dal nulla e la Lawrence prova le sue doti da “scream queen”. Si finisce persino dalle parti di “Rosemary’s Baby” prima che il cerchio si chiuda e tutto riparta da capo, con un altro volto.

Ci sono almeno tre film diversi dentro “mother!”. Quello che funziona di più è indubbiamente il primo, una storia d’amore mostrataci con gli occhi e nella testa di una donna innamorata, disperatamente innamorata. Poi c’è il rapporto tra la musa e l’artista, l’Ispirazione, messa da parte al compimento del lavoro per poi rimettersi alla ricerca e ricominciare da capo. Poi c’è la rappresentazione biblica, probabilmente la più importante per il regista ma di sicuro per noi la meno interessante. Noi ci prendiamo la seconda, quella che riconduce anche i tanti sbrachi retorici in un recinto coerente, in un’idea sicuramente non originale nel ccontenuto ma di sicuro fantastica nella forma.

Poi purtroppo c’è anche il resto, e la valutazione deve forzatamente attestarsi non oltre la sufficienza. Ma andate comunque a vedere il film quando uscirà nelle sale: forse vi irriterà, forse vi emozionerà, di sicuro dara la stura a tanti dibattiti, valutazioni, ipotesi. Che è quello che la Settima Arte dovrebbe sempre fare.

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Contro

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