Home > Recensioni > Venezia 74 — Our Souls at Night

A celebrare la doppia assegnazione del Leone d’Oro alle luminose carriere di Robert RedfordJane Fonda, arriva Fuori Concorso a Venezia 74 la nuova produzione originale Netflix che ha per protagonista la storica coppia, già vista insieme ne “La caccia” di Arthur Penn, “A piedi nudi nel parco” di Gene Saks e “Il cavaliere elettrico” di Sidney Pollack, e simboli della New Hollywood “liberal” e di una delle stagioni più felici e dinamiche del cinema statunitense. Tratto dal romanzo omonimo di Kent Haruf, e completamente poggiato sulle spalle della coppia di protagonisti in un tripudio di ammiccamenti e strizzatine d’occhio, il film è una testa d’ariete per l’assalto che Netflix sta tentando verso il pubblico che ancora non maneggia metodicamente Internet e va d’abitudine al cinema una volta alla settimana, quello della fascia d’età over 65. Ma, specie nelle grandi città, speriamo che sia davvero un tentativo infruttuoso, anche perchè il regista Ritesh Batra lavora con tempi cinematografici che ha ancora senso esperire su un grande schermo.

Louis Waters (Robert Redford) riceve una visita inaspettata dalla sua vicina Addie Moore (Jane Fonda). Entrambi vedovi da dieci anni e vicini di casa da decenni, non si erano mai frequentati più di tanto. I figli di entrambi vivono lontani da casa e loro due abitano entrambi in case enormi. Un giorno lei si stanca di questa situazione e decide che è arrivato il momento di conoscersi meglio e di sfruttare al meglio il tempo che le è rimasto.

Due persone ferite dall’esistenza, con traumi e dolori non superiori o inferiori a quelli di ogni individuo oltre i settanta, che si annusano, si scoprono giorno dopo giorno, prima diffidenti, poi sempre più complici. Niente di nuovo sotto il sole, anzi, ma sicuramente il buon cinema medio che rischia di scomparire sotto l’assalto di supereroi e serialità televisiva. Al fianco dei due mattatori una serie di comprimari di livello: Matthias Schoenaerts è bravo e sempre più “americano” nello stile recitativo, mentre le poche comparsate di un decrepito Bruce Dern al tavolino di un bar si fanno ricordare, a rappresentare un ulteriore omaggio al cinema Seventies (era il marito della Fonda nel fondamentale “Tornando a casa” di Hal Ashby). L’indiano Batra, grazie probabilmente al discreto successo del suo precedente “Lunchbox”, sfrutta la grande occasione redigendo un compitino pulito e preciso, senza svolazzi e rischi.

La chimica tra i due giganti è spontanea e naturale, ed il film annoierà soltanto i disabituati a questo tipo di racconto cinematografico, dove tutte le svolte narrative possono essere previste con un paio di scene di anticipo. Ho usato l’aggettivo “cinematografico”, ma soltanto a noi qui al Lido è stato concesso di osservare i solchi scolpiti sul volto di Redford e la chioma ancora fluente della Fonda sul maestoso schermo della Sala Grande. Per tutti gli altri, dal 29 settembre, il film è disponibile su Netflix e questo continua a mettermi una gran tristezza: probabilmente ci faccio la figura del 70enne coetaneo dei protagonisti, ma all’algoritmo io continuerò sempre a preferire il Mito.

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