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Venezia 74 — Premi e commenti

Va in archivio la 74esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, e i verdetti della Giuria capitanata da Annette Bening, inevitabilmente, dividono e fanno discutere, tra entuasiasti e delusi. Noi siamo felici che il Leone d’Oro sia finito nelle manone di Guillermo del Toro, il suo “The Shape of Water” è uno dei film che abbiamo preferito, nella rosa dei cinque/sei colpi al cuore del Concorso ufficiale.

Dopo il Leone iperautoriale dell’anno scorso a “The Woman Who Left” di Lav Diaz (approfittiamo della menzione per un ultimo, disperato appello: fatelo uscire in sala!), quest’anno si premia il cinema più popolare e potenzialmente gradito alle masse, un modo di far riavvicinare il grande pubblico al massimo premio veneziano. In aggiunta, è la prima volta, a mia memoria, che un fantasy si prende il premio maggiore di un grande festival, e non possiamo che essere felici anche per questo. Ora però non si sono scuse, andate TUTTI a vedere il film quando uscirà, anche se non possiamo ancora darvi una data precisa, sappiamo solo che l’8 dicembre uscirà negli Usa.

Gran Premio della Giuria a “Foxtrot” di Samuel Maoz, un fedelissimo del festival, con il primo film diretto (“Lebanon”, questo è il suo secondo) aveva portato a casa addirittura il Leone d’Oro. Un film forse diseguale ma affascinante e complesso, che a noi è comunque piaciuto non poco, per l’esattezza dello stile e la totale padronanza della chiave narrativa scelta. La menzione della Giuria, invece, va al western australiano “Sweet Country“, che s’inserisce, retrospettivamente, perfettamente in quel ritorno alla classicità di stile e sguardo che questa giuria ha deciso di premiare.

Capitolo attori: scontata la Charlotte Rampling di “Hannah“, come avevamo già anticipato nei pronostici, sorpresa totale per il premio a Kamel El Basha per “L’insulte“, interpretazione misurata, probabilmente un modo per far entrare nel palmarès un film che sarà piaciuto alla giuria. Un film da esportazione, diretto a narrato con gusto occidentale, che metaforizza un annoso conflitto usando la metonimia di un piccolo conflitto privato che si amplia a dismisura come una slavina.

La vera sorpresa è il doppio premio, Leone del Futuro e miglior regia, a “Jusqu’à la garde” di Xavier Legrand. Non ve ne posso parlare, non l’ho visto, ma potete leggere la recensione, non troppo entusiastica, della collega Cristina Resa.

In chiusura, un evidentemente deluso Martin McDonagh ritira il premio per la sensazionale sceneggiatura di “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri“. Si aspettava di più, e l’avrebbe meritato, comunque il premio è più che legittimo.

Apriamo una piccola finestra su Orizzonti per raccontarvi un retroscena che abbiamo appreso in serata. Il presidente della Giuria Gianni Amelio si è battuto alla morte per la vittoria di “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli, con tutto il resto dei giurati completamente contrari. Alla fine, evidentemente, ha vinto lui, ma il film, pur riuscito, ci pare davvero un po’ pochino per un premio del genere.

Siamo ai saluti. E’ stata un’edizione molto buona che speriamo abbiate seguito insieme a noi, abbiamo cercato (come sempre) di fare il nostro meglio. L’appuntamento è all’anno prossimo, e chiudiamo urlando a squarciagola: QUE VIVA GUILLERMO!!!

Una volta espresso la nostra gioia per il Leone, dobbiamo anche dire che, per noi, tra i migliori film del Concorso c’erano “First Reformed” di Paul Schrader, “Ex Libris” di Frederick Wiseman, “Mektoub, My Love: Canto uno” di Abdellatif Kechiche e “The Third Murder” di Hirokazu Kore-eda. Ma di loro, purtroppo, nell’elenco finale dei premi, non c’è traccia.

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