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Venezia 74 — Resoconto e pronostici

Chiude i battenti un’edizione della Mostra di Venezia che ha regalato forse poche sorprese, ma un’alta qualità media delle opere selezionate per il Concorso. Non è scontato che i grandi nomi portino film all’altezza della loro fama (basta pensare a quello che combinarono lo scorso anno Wenders, Malick, Kusturica e Cianfrance, con opere bel al di sotto dei loro abituali standard) ed è quindi con soddisfazione che ci guardiamo indietro, a questi dieci giorni appena passati tra visioni multiple e infinite discussioni, con un senso di soddisfazione superiore al solito e la constatazione che, e questa è davvero una prima volta, le cose più interessanti da guardare fossero in competizione e non fuori (esclusi i maestri Woo e Kitano e la selezione della Settimana Internazionale della Critica, di cui ci occuperemo a parte).

Alla Giuria presieduta da Annette Bening (composta anche dalle attrici Rebecca Hall, Anna Mouglalis e la nostra Jasmine Trinca, i registi Michel Franco, Edgar Wright, Yonfan Ildikò Enyedi, e il critico David Stratton) il compito di non scontentare nessuno (impossibile) e distribuire pienamente i meriti lasciando i brutti film, che comunque non sono mancati, nel giusto oblìo.

Cominciamo dal premio maggiore, spesso il più imperscrutabile, spesso un film di compromesso che mette d’accordo tutte le nove teste pensanti sopraelencate. Il nome più gettonato, e noi saremmo ben felici, è quello di Martin McDonagh con Three Billboards outside Ebbing, Missouri“, un noir moderno, solido, con interpretazioni notevoli e una sceneggiatura calibratissima, per di più ambientato in quella profonda provincia americana che ha sostituito New York e Los Angeles come luogo d’elezione dell’immaginario cinematografico d’oltreoceano. Scelta poco coraggiosa, ma giusta. Temiamo moltissimo, invece, la vittoria del TEMA importante, che porterebbe il Leone in Cina, a Vivian Qu (Angels Wear White, buon film che critica gli abomini economici e patriarcali della disastrata società cinese, ma nulla più) o, e qui sarebbe il disastro totale, ad Ai Weiwei e al suo pessimo Human Flow, documentario dedicato alle migrazioni del mondo che lustra una volta di troppo l’ego del suo creatore. Qui ci sono (anche) capitali italiani comunque, coproduce e distribuisce RaiCinema.

Il Gran Premio della Giuria crediamo verrà dato ad un autore illustre, per diversi motivi: noi spereremmo tanto nel premio a Frederick Wiseman per Ex Libris: New York Public Library, coronamento ad una mirabile carriera e già Leone alla carriera qualche anno fa, ma potrebbe finire anche a Guillermo Del Toro e alla sua meravigliosa fiaba The Shape of Water.

Il semplice Premio della Giuria, invece, la menzione per un’opera che si ritiene comunque da segnalare, potrebbe andare al western australiano Sweet Country del regista aborigeno Warwick Thornton, ultraclassica riproposizione degli stilemi del western americano adattati però, per ambienti e “umori”, all’ambientazione nei grandi e selvaggi paesaggi australiani e al violento conflitto etnico tra occupanti e nativi. Anche Foxtrot dell’israeliano Samuel Maoz, diseguale ma con alcune delle sequenze più indimenticabili di tutto il Festival, potrebbe occupare questa casella del palmares.

Capitolo attori, e qui forse si potrebbe dare un contentino alla pattuglia italiana, pur premiando star anglosassoni. La Helen Mirren di The Leisure Seeker di Paolo Virzì o la Charlotte Rampling di “Hannah” di Andrea Pallaoro potrebbero essere premiate, ma noi tifiamo per la Frances McDormand del film di McDonagh, fuori gioco in caso di Leone d’oro al film. Per la prestazione maschile, oltre a Donald Sutherland sempre per Virzì, si fa sempre più strada la candidatura di Denis Ménochet, protagonista del francese Jusqu’à la garde, più che probabile Leone del futuro, tra l’altro, per la regia dell’esordiente Xavier Legrand.

Premio alla regia, e qui vorremmo che non si uscisse da una coppia di cineasti straordinari, per motivi diversi. Sarebbe un premio perfetto per l’Abdellatif Kechiche dello splendido Mektoub, My Love: Canto uno“, ma lo meriterebbe anche, e qui lo diciamo a voce bassa perché il film è stato “divisivo” a dir poco, Darren Aronofsky per la potente regia di mother!, un film che continua a scalare posizioni nella mia classifica personale giorno dopo giorno.

Per la sceneggiatura, invece, non ci sorprenderemmo vincesse un film passato nei primi giorni e presto dimenticato, ma che racconta un piccolo diverbio trasformandolo in una metafora del conflitto tra palestinesi e libanesi, “L’insulte” di Ziad Doueiri, anche coautore dello script insieme a Joulle Touma.

Premio Mastroianni per l’attore emergente, probabilmente, al favoritissimo Charlie Plummer per Lean on Pete di Andrew Haigh. Non escluderemmo, comunque, un premio collettivo al cast di Kechiche. Non vincerà nulla, crediamo, il film più bello del Concorso per noi, passato in apertura e mai più dimenticato, First Reformed” di Paul Schrader. Di seguito, trovate l’elenco completo dei premi che credo verranno assegnati. Tra parentesi, invece, chi invece vorrei che vincesse:

Leone d’Oro: “Three Billboards outside Ebbing, Missouri” (“First Reformed“)

Gran Premio della Giuria: “The Shape of Water” (“Ex Libris – New York Public Library“)

Leone D’Argento – Miglior regia: Samuel Maoz per “Foxtrot” (Abdellatif Kechiche per “Mektoub, My Love: Canto uno“)

Coppa Volpi alla migliore attrice: Charlotte Rampling per “Hannah” (Frances McDormand per “Three Billboards outside Ebbing, Missouri“)

Coppa Volpi al miglior attore: Denis Ménochet per “Jusqu’à la garde” (Sam Rockwell per “Three Billboards outside Ebbing, Missour“)

Premio per la miglior scenaggiatura: Ziad Douieri per “L’insulte” (Guillermo Del Toro per “The Shape of Water“)

Premio della Giuria: “Sweet Country” di Warwick Thornton (“La villa” di Robert Guédiguian)

 

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