Home > In Evidenza > Venezia 74 — Suburbicon

Correlati

Negli Usa sono tornati gli anni Cinquanta, il finto perbenismo di facciata e le tensioni razziali: davvero tanti artisti americani stanno veicolando questo concetto, in forme estremamente diverse tra loro. Con “Suburbicon”, in Concorso a Venezia 74, George Clooney presenta il suo contributo alla battaglia anti Trump con un film fortemente “liberal”, tratto da un soggetto (visto il risultato crediamo davvero non più di questo) scritto a metà degli anni Ottanta da Joel & Ethan Coen e rielaborato dall’attore/regista con il contributo dell’abituale sodale Grant Heslov. Una commedia nera potenzialmente esplosiva che viene irrimediabilmente annacquata da tempi comici errati, pluralità di punti di vista e la mancanza di un vero centro emotivo tra i personaggi principali. Certo, a tratti si ride e la proiezione scorre veloce tra omicidi brutali, bianchi bifolchi ed agenti delle assicurazioni sopra le righe (il migliore di tutti, Oscar Isaac), ma la sgradevole sensazione di grande occasione gettata al vento permane.

A Suburbicon, nel 1957, vive una perfetta comunità periferica di sorridenti e giovani famiglie. Un giorno però l’idillio viene rovinato per sempre. I Lodge (Matt Damon e una doppia Julianne Moore) vivono un’esistenza tranquilla fino a quando un’irruzione domestica degenera e provoca la morte della madre del piccolo Nicky. Da quel momento in poi una serie di eventi scatena una catena di tradimenti, adulteri e ricatti, che portano Nicky allo sbando. La sua curiosità minaccia i tentativi del padre di riportare ordine in casa. Nel frattempo, la comunità si mobilita per evitare di accogliere la prima famiglia nera della zona.

La struttura di “Fargo” innestata in un’immaginaria cittadina periferica degli anni Cinquanta (presentata nei titoli di testa con toni pubblicitari e utilizzando lo stile grafico imperante nelle pubblicità dell’epoca), perde forza per una irrimediabile pecca di sceneggiatura: la totale mancanza di personaggi interessanti con cui empatizzare. La pluralità di situazioni che si susseguono a ritmo sfrenato (specie nella seconda parte, la vicenda stenta terribilmente in partenza) non basta, perchè le figurine che si agitano, combattono e muoiono per un pugno di dollari in più non hanno la terza dimensione, che i fratelli di Minneapolis riescono a regalare anche in tre battute in tutte le opere della loro filmografia, anche quelle meno riuscite. Ogni puntata del serial ispirato a “Fargo” di Noah Hawley ha dentro più suggestioni e rimandi, ed è francamente più interessante di “Suburbicon”.

La classe media bianca residente nelle villette a schiera con giardino è composta da bestie pronte a scatenare i peggiori istinti alla minima variazione dello “status quo” e, mentre le forze dell’ordine sono impegnate a proteggere l’unica famiglia nera della cittadina dagli assalti dei subumani, intorno la follia e il crimine impazzano. Clooney non si fida del suo pubblico e spiattella questo pur semplice assunto facendolo pronunciare in scena e in primo piano, tratteggiando una famiglia nera stoica e disposta a sopportare tutto (la difesa della casa dall’assalto in stile Romero funziona, dura venti secondi, ma funziona) pur d’innestare il seme della convivenza.

E’ legittimo e inevitabile che Hollywood tenti, con prodotti di questo genere, di mettere i bastoni fra le ruote all’abominio che gli Usa si ritrovano alla presidenza, ma si rischia di ottenere l’effetto contrario e di parlare soltanto ad una minoranza di pubblico qualificata che non ha certo bisogno di Clooney per mettere alla berlina il segregazionismo di ritorno (non un problema legato alla neonata era Trump naturalmente, ma ben più profondo e radicato). Un film che vuole essere “politico”, anche a tratti in maniera gretta e spudorata, non può che esser giudicato (anche) per l’ideologia di fondo che tenta di veicolare: inappuntabile, ma con toni completamente sbagliati. Clooney, prima o poi, comincerà un’altra carriera, ci scommetto, e tenterà di diventare il Reagan democratico: nel frattempo, però, potrebbe realizzare film migliori, come ha già ampiamente dimostrato di saper fare.

 

 

 

Pro

Contro

Scroll To Top