Home > Recensioni > Venezia 74 — Sweet Country

Sweet country” del regista aborigeno Warwick Thornton, presentato in concorso a Venezia 74, è un western crepuscolare dalla regia solida e rigorosa, che racconta una storia non certo nuova, ma offre l’interessante affresco di una frontiera che non conosciamo. 

Outback dell’Australia settentrionale, 1929. Sam Kelly (Hamilton Morris), un guardiano di bestiame aborigeno alle dipendenze del fattore Fred Smith (Sam Neill), uccide per autodifesa il veterano di guerra Harry March (Ewen Leslie), uomo violento e traumatizzato che ha appena acquistato un lotto di terreno nell’entroterra.

Avendo assassinato un bianco, Sam è costretto a scappare insieme alla moglie Lizzie (Natassia Gorey-Furber), dando inizio così una lunga caccia all’uomo guidata dal sergente Fletcher (Bryan Brown) attraverso l’inospitale territorio australiano. 

“Sweet country” si ispira alla storia vera di Wilaberta Jack, tramandata di generazione in generazione e parte del retaggio culturale aborigeno odierno.

La questione della tradizione e della memoria è qualcosa che sta alla base del discorso che Warwick Thornton e gli sceneggiatori David Tranter e Steven McGregor vogliono portare avanti, affidando al genere una riflessione dolente sull’identità nazionale e una discriminazione razziale che persiste tutt’oggi. La storia di un annullamento culturale radicale e cruento. 

Si tratta di un film che utilizza le strutture del western classico, per costruire una storia quasi antitetica per spirito e finalità, legata indissolubilmente al territorio.

Un’opera dal ritmo dilatatissimo, senza colonna sonora,  in cui i lunghi silenzi sono tanto significativi quanto le poche linee di dialogo, mentre in sottofondo, grazie ad un lavoro di sound design straordinario, riecheggiano i vividi suoni di una frontiera senza eroi, che non regala niente, ma si prende tutto.

Quello che rende il film di Thornton diverso da un western ambientato negli Stati Uniti è proprio questa capacità di trasformare una vicenda abbastanza comune in una narrazione profondamente indigena, attraverso un montaggio di flashback, flashforward e visioni che rimandando chiaramente al Tempo del Sogno (dreaming, ne abbiamo parlato nel nostro approfondimento sul cinema di George Miller), quel periodo antecedente alla formazione del mondo che racchiude passato presente e futuro, considerato elemento unificante di tutte le diverse tradizioni aborigene tramandate dalle Vie dei canti (songlines). 

Il tema del ricordo della propria eredità culturale è sottolineato da un breve ma significativo discorso di un altro aborigeno alle dipendenze di un fattore bianco, Archie (Gibson John), al giovane Philomac (Tremayne e Trevon Doolan), che sta dimenticando i riti, sedotto dallo stile di vita di coloro che non solo si sono appropriati delle terre dei nativi, ma li stanno derubando anche della possibilità di conservare le tradizioni per le generazioni future. 

In questo senso, “Sweet country” potrebbe essere considerato un tentativo di mantenere viva questa tradizione condivisa, affidando a strumenti diversi, come il cinema, valori fondanti e storie di un passato che non deve essere dimenticato, le stesse che un tempo venivano tramandate attraverso le songlines.  Proprio per questa suo tentativo di essere narrazione fondante, gli si può perdonare l’eccessivo didascalismo di un finale comunque doloroso ed emblematico.

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