Home > Recensioni > Venezia 74 — The Shape of Water

Cos’è una fiaba? È un racconto esemplare ed edificante, che attinge direttamente a elementi della tradizione popolare, per riplasmarli ogni volta e parlare al mondo contemporaneo. In questo senso, “The Shape of Water” di Guillermo del Toro, presentato in concorso a Venezia 74, è una delle più belle e riuscite fiabe degli ultimi anni. 

È il 1962, l’anno della crisi di Cuba, uno dei periodi più critici della Guerra Fredda. Elisa (Sally Hawkins) lavora come donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza a Baltimora. La ragazza, che ha smesso di parlare per un trauma subito da bambina, si è negli anni costruita la sua tranquilla e solitaria routine, potendo contare solo sulla compagnia dell’amico e vicino di casa Giles (Richard Jenkins) e della collega Zelda (Octavia Spencer). 

La vita di Elisa, però, è destinata a cambiare in seguito all’arrivo nel laboratorio di una creatura anfibia (Doug Jones) catturata dall’agente governativo Richard Strickland (Michael Shannon) in Amazzonia, con la quale la ragazza sente una connessione che va oltre la pura empatia. 

Cinema e letteratura abbondano di storie d’amore tra outsider più o meno riuscite, ma il grande punto di forza di “The Shape of Water” non è tanto cosa racconta, ma come lo racconta. 

Nello sguardo di Del Toro c’è l’amore più sincero possibile: l’amore per i suoi protagonisti, per il cinema, per tutti coloro che si sono sentiti soli, diversi, emarginati. Un amore senza genere né forma, come l’acqua. 

Con una scrittura misurata, un impianto visivo curatissimo, che si avvale di scelte cromatiche dalla forte componente simbolica, e una selezione musicale non originale particolarmente azzeccata, il regista messicano mette in scena la propria versione della storia della bella che si innamora del mostro, ma spogliata di ogni retorica.

Una versione costruita, come dicevo, a partire da quello che possiamo considerare come una sorta di moderno folclore popolare. Non si tratta di mero citazionismo, ma di un tipico meccanismo di rifondazione che funziona con le fiabe, con i miti e, perché no, anche con il Cinema.

Come già sappiamo, l’immaginario di del Toro è strettamente influenzato dalla tradizione classica della Hammer e Universal, fatta di mostri dal fascino malinconico, figure tragiche a cui l’amore è spesso negato. Proprio per questo, la creatura anfibia interpretata da Doug Jones non avrebbe potuto assumere altra forma se non quella riconoscibile dell’Uomo Branchia de “Il mostro della laguna nera” (1954), impressa in modo indelebile nella memoria di tutti noi. Questa volta, però, non si tratta più di ossessione, ma di un sentimento ricambiato e raccontato con estrema delicatezza, anche negli aspetti più fisici.

Questo è solo uno dei tanti riferimenti sui cui viene costruito “The Shape of Water”, film in grado di spaziare tra i generi e i linguaggi, muovendosi tra il film d’avventura spielberghiano, la fantascienza anni ’60, il thriller di spionaggio e il musical hollywoodiano dell’Età d’oro. Tutto questo viene fatto in modo organico e con grande naturalezza, senza mai sembrare un esercizio fine a se stesso. Siamo ben lontani da quel catalogo di suggestioni cinematografiche e culturali che era “Crimson Peak” (qui il nostro approfondimento)

Anche i personaggi, basati sulla classiche categorie della fiaba, sono rivestiti di una profonda umanità. Sono tutti individui problematici e, anche se in modi diversi, isolati (compreso l’antagonista Strickland, interpreto da un sempre eccellente Michael Shannon).

Tuttavia, a fare la differenza in “The Shape of Water” è sicuramente l’interpretazione potente, appassionata ma sempre misurata di Sally Hawkins, fatta esclusivamente di sguardi e gesti.

“The Shape of Water” è un film incantevole, delicatissimo e pieno di cuore, che riporta del Toro alla sostanziale semplicità di opere come “La spina del diavolo”.  Una storia senza tempo né età, che ha tutte le carte in regola per diventare un grande classico.

Pro

Contro

Scroll To Top