Home > Recensioni > Venezia 75 — A Star Is Born

Per la sua prima volta dietro la macchina da presa, Bradley Cooper sceglie di essere il quinto regista che mette in scena “A Star is Born”. E nel ruolo che fu nel ’76 di Barbra Streisand, nel ’54 di Judy Garland e nel ’37 di Janet Gaynor, troviamo una Lady Gaga in veste di attrice protagonista, che presta ben volentieri le sue note doti canore e prova a mettersi in gioco per quelle attoriali. Il tutto in pomposa e piumata anteprima mondiale alla 75esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

La storia racconta è quella di Jack Maine (Bradley Cooper), cantante di fama pazzesca nel mondo country dei giorni nostri, con una certa tendenza all’autodistruzione tramite alcol e droghe, che incontra Ally, una Cenerentola dalla voce incredibile e dal talento inconsapevole, mentre si trascina alla ricerca dell’ennesimo bicchiere di whiskey dopo l’ennesimo concerto concluso coi fan in delirio.
E la incontra proprio lì in un piccolo locale kitsch e poco in vista, gestito da drag queen che concedono solo a lei – in qualità di donna – di potersi esibire con la sua vera voce. Perché Ally la sera va lì, al Blue Blue, per farsi sentire davvero, pur con la fervida convinzione che non sfonderà mai.

E proprio quella notte a sentirla c’è Jack, che rimane ammaliato dalla sua interpretazione de La Vie en Rose, con improbabili sottilissime sopracciglia adesive alla Édith Piaf. Anzi: se ne innamora perdutamente, di lei, della sua voce, della sua musica. E la vuole subito con sé in tour, a comporre canzoni e nella vita. E il talento della giovane Ally sboccia fino a esplodere in men che non si dica, non solo nel cuore di Jack ma in tutti gli Stati Uniti.

Bradley Cooper stupisce decisamente alla regia, dando prova di una bravura non scontata che ricerca il punto di vista dal palco, facendo ampio uso delle luci, del frastuono allucinante negli adorabili duetti country folk prima, e dell’intermittenza fluorescente del pop dopo.

Il sodalizio con Lady Gaga, poi, è veramente riuscito. Nonostante tutto: l’invadenza dell’inevitabile personaggio discografico che è lei, i suoi costumi che sembra siano sgattaiolati fuori dall’armadio di casa sua, la disinvoltura da palcoscenico che emerge come niente fosse, che pare abbia fatto gettare in un lampo alle spalle ogni impaccio e insicurezza di Ally.

Cooper sintonizza e calibra ogni elemento volgendolo a favore della storia, delle emozioni – tutte credibili e ben tarate – giocando con i primi piani, i dettagli e con la protagonista stessa: cedendone lentamente il posto, liberandone l’ego da popstar che ne svela – tra l’altro – una buona capacità drammatica.

È nata una stella, sì, forse pure due. Non fosse altro che per la splendida voce del regista.

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