Home > Recensioni > Venezia 75 — At Eternity’s Gate

Il pittore e regista Julian Schnabel è in Selezione Ufficiale alla 75esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con il suo nuovo film “At Eternity’s Gate”, una trasposizione ai limiti dell’onirico degli ultimi anni della vita di Vincent van Gogh (Willem Dafoe) ad Arles in Provenza, del difficile periodo dell’internamento nella clinica di Saint-Rémy, e dell’incredibile raffinazione del suo stile pittorico.

Schnabel non è nuovo nel mettere in scena biopic di personalità artistiche fuori dall’ordinario: c’era stato “Busquiat” nel 1996 e “Prima che sia notte” nel 2000 (che a Javier Bardem valse una candidatura all’Oscar), ed è di facile intuizione che il motivo per cui ne è fortemente attratto sia la sua nota affinità al tema.
Ma questa volta si tuffa quasi letteralmente nel mondo della pittura dell’artista, e fa immergere anche lo spettatore in quei colori a olio, nella lenta apparizione del disegno sulla tela. Sbatacchia il punto di vista della macchina da presa girando tutto all’ingiù e poi insù, trascinando, come in un gioco, nell’anima fanciulla di van Gogh e nelle emozioni che provava davanti ad un semplice paesaggio.

E al contempo le rivoluzioni create nei piani diventano lo specchio di quell’eterna angoscia che accasciava il suo animo. L’unico suo appiglio era il tenerissimo rapporto col fratello minore Théo – reso in maniera molto delicata dall’attore britannico Rupert Friend. Nel film si racconta anche del bel legame che van Gogh aveva col collega Paul Gauguin (Oscar Isaac), e dello scambio di lettere che avvenne tra i due.

Non è tanto la successione temporale dei fatti – o la fedeltà ad essi – ad interessare il regista, quanto piuttosto la descrizione del lavoro artistico, una storia sull’arte, e non è difficile da immaginare.
Schnabel parla di qualcosa con ammirazione, sapendo bene quali sono le pulsazioni che tocca, soprattutto quando il dono della contemplazione cede il posto ai baratri dei vuoti interiori. In tal senso il volto scavato e lo sguardo che diventa quasi da bambino di Willem Dafoe hanno davvero una parte cardine nella resa dell’atmosfera di tutto il film.

Sebbene non si tratti, quindi, di uno dei ritratti più attinenti alla realtà della vita di Vincent van Gogh, senz’altro ne è uno decisamente vibrante, anche perché, parafrasando l’amico Gauguin: se si vede una cosa in un determinato modo, allora va dipinta proprio in quel modo.

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