Home > Recensioni > Venezia 75 — Non-Fiction

Il percorso autoriale di Olivier Assayas è uno dei più interessanti e fecondi del cinema occidentale contemporaneo, un cineasta capace di mettersi in gioco sempre (anche quando sceneggia soltanto, vedi l’ultimo Polanski) con progetti differenti ma tesi a comporre un unico grande mosaico, dove si ragiona sul Tempo, che scorre, che ristagna, che cura ferite, che le riapre. “Doubles vies”, in Concorso a Venezia 75, è francese fino al midollo e (Woody)alleniano, borghesissimo e universale, denso di contenuti e brillante e leggero nel porli, l’ennesima opera da ricordare, come “Sils Maria”, come “Personal Shopper”, limitandosi a citare soltanto i due film precedenti. Un premio alla sceneggiatura facile facile, ragionando già in ottica di palmarès, difficile possa aspirare ad altro. La complessità e la grandezza di questo film, unite alla fluidità della macchina da presa e alla regia “invisibile” nel senso migliore del termine, non collimano con la maestosa opulenza stilistica e tematica di molti degli autori più apprezzati, anche in questa Mostra.

Alain (Guillaume Canet), un editore parigino di successo che fatica ad adattarsi alla rivoluzione digitale, nutre seri dubbi di fronte al manoscritto di Léonard (Vincent Macaigne), uno degli autori con cui collabora da lungo tempo, trattandosi dell’ennesima opera autobiografica che prende spunto dalla sua relazione con una celebrità di secondo piano. Selena (Juliette Binoche), moglie di Alain e attrice teatrale riciclatasi in una serie Tv poliziesca, è del parere opposto …

Una “ronde” di personaggi che dialogano su TUTTI gli argomenti più importanti della comunicazione del terzo millennio, il processo, inesorabile ma che procede a strappi, di digitalizzazione, il ruolo della critica, della scrittura, del pubblico dei lettori e, di conseguenza, di ogni forma d’arte. Non aspettatevi noiosi pistolotti, il tutto è porto con dialoghi a mitraglia, dai tempi perfetti, brillanti, recitati da un gruppo di attori in totale stato di grazia. Tante domande, nessuna risposta, pura speculazione intellettuale, utile a entrare negli argomenti in profondità, pratica più in disuso del buon vecchio analogico.

Ma queste sono, appunto, chiacchiere, mentre il sale della vita resta sempre, immutabile, la sessualità; e quindi parallelamente si fa l’amore e poi si parla, ancora e ancora, tutti tradiscono tutti. E chi è l’unica fedele e non doppiogiochista? La collaboratrice di un politico, la categoria più bistrattata di tutte, un politico capace, voglioso di fare il bene del popolo, ma con un grande problema: non sa comunicare.

Assayas cura apparentemente di più il copione, ma sceglie uno stile di regia completamente al servizio del suo cast, inquadrato sempre dall’angolatura giusta, con il taglio di luce adeguato, con il campo e controcampo dal timing impeccabile. Cento minuti che arrivano in questo festival come una boccata d’aria, trascorsi senza mai guardare l’orologio, passati in un lampo. Per i gusti di chi vi scrive, il miglior cinema possibile (o uno dei). Gli scrittori non parlano di nient’altro che loro stessi? Quindi è ancora possibile parlare di finzione? A rispondere è il titolo internazionale, “Non-Fiction”. Ma sarà davvero una risposta? Applausi, a scena aperta.

 

 

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