Home > Recensioni > Venezia 75 — Dragged Across Concrete

Presentato fuori concorso a Venezia 75, “Dragged Across Concrete” è un film che, già dal titolo pazzesco, porta con se aspettative e speranze. La filmografia del regista S. Craig Zahler è relativamente ridotta, ma da qualche anno si sta costruendo una fama solidissima tra gli appassionati di cinema di genere. Autore poliedrico – regista, sceneggiatore, romanziere, musicista – si era fatto notare nel 2015 con “Bone Tomahawk”, solido western vecchia scuola, che, tuttavia, culmina nel cannibal movie con estrema compattezza. Lo scorso anno, invece, aveva portato a Venezia l’ottimo “Brawl in Cell Block 99”, film a metà tra il thriller carcerario e revenge movie, con protagonista un Vince Vaughn in stato di grazia, dalla impressionate presenta scenica, nato per interpretare ruoli come questi.  

Vince Vaughn torna anche in questo film, questa volta in compagnia di uno degli attori simbolo di un certo cinema d’azione degli anni ’70 e ’80: Max Rockatansky! Martin Riggs! Insomma, Mel Gibson, che, dopo una lunga serie di sbagli sia nella vita professionale che personale, aveva dimostrato in “Blood Father” (2016) di Jean-François Richet di essere finalmente tornato, entrato in una nuova fase della sua carriera.

In “Dragged Across Concrete”, Gibson è Brett Ridgeman, un poliziotto ormai sessantenne, che non ha fatto carriera, perché lontano dai giochi della politica, ma anche – probabilmente – per il suo modo di lavorare non proprio pulito. Lui e il suo compagno Anthony Lurasetti (Vince Vaughn) vengono sospesi dal servizio quando viene diffuso un video che porta alla luce i loro metodi violenti durante l’arresto di uno spacciatore. Ridgeman vorrebbe lasciare il quartiere in cui la figlia adolescente è costantemente vittima di bullismo, mentre la moglie malata di sclerosi multipla, ex poliziotta, ha bisogno di cure costose. Lurasetti, invece, ha in programma di chiedere alla fidanzata di sposarlo. Entrambi, a corto di soldi e senza stipendio, decidono di sfondare definitivamente quel “confine di cemento” che spesso hanno solo lambito. Tentare un colpo che possa sistemarli: pedinare un criminale e rubagli il bottino. Nel frattempo, seguiamo anche la storia Henry Johns (Tory Kittles) appena uscito di prigione, che deve trovare un modo per occuparsi del fratello paraplegico, evitando alla madre che ha perso il lavoro di continuare a prostituirsi. 

Dragged Across Concrete” si prende il suo tempo per sviluppare le tre storie. Da questo punto di vista, è uno strano tipo di film corale, in cui la vicenda raccontata è importante quanto i ritratti sociali dei suoi personaggi, che vengono fuori dal confronto tra loro. Un film politico, ma che non vuole veicolare un messaggio etico, ma mostrare la natura sfaccettata di una realtà in cui non esistono buoni o cattivi. Esistono persone diverse, con esperienze diverse ed esigenze diverse, che scelgono di compiere azioni, delle quali hanno la piena responsabilità. Nella sua riflessione sul mondo odierno, Zahler tocca inevitabilmente anche questioni endemiche del paese, come quella razziale. Ma non c’è retorica, né la volontà di mettersi in cattedra. È quasi come se il regista americano avesse scattato delle istantanee.

Zahler butta i suoi personaggi nella mischia, realizzando dei ritratti incisivi e coerenti passo dopo passo, appostamento dopo appostamento, dialogo dopo dialogo, attraverso una scrittura solida e ben calibrata, in grado di mantenere alta l’attenzione dello spettatore per tutti i suoi 150 minuti, durata non comune per un film di questo tipo. E nonostante i dialoghi siano molti di più delle esplosioni di violenza (che comunque, tranquilli, sono notevoli), il ritmo di questo film praticamente senza colonna sonora, con pochissimi brani (scritti sa lui, sempre diegetici), non cala mai.

Non rinuncia nemmeno a un certo umorismo, moderato ma presente, soprattutto negli scambi tra Ridgeman e Lurasetti. Nel rapporto tra i due, secondo me, emerge un po’ l’anima del buddy cop movie. Non siamo ovviamente dalle parti dei film di Shane Black, ma Zahler sembra decisamente prendere alcuni dei topoi del sottogeneri e modellarli in modo da creare qualcosa di inatteso, fortemente in contrasto con l’anima di un poliziesco anni ’70 estremamente duro, per immagini e tematica. Il risultato, per quanto mi riguarda, è straordinario. E il merito, naturalmente, è anche dell’affiatatissima coppia Gibson/Vaughn.

“Dragged Across Concrete” finisce così per essere il film più maturo di un autore che ha moltissimo da dire sul mondo contemporaneo, ma che non tradisce mai la sua perfetta aderenza al genere puro, come hanno sempre fatto autori di culto come – uno su tutti – John Carpenter. È quella la scia su cui si sta inserendo, quella l’eredità che raccoglie. Perché, ancora non ve l’ho detto ma si leggeva chiaramente tra le righe del mio inarrestabile entusiasmo: “Dragged Across Concrete” non smette mai di essere, prima di tutto, un film che intrattiene davvero.

Pro

Contro

Scroll To Top