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  • Venezia 75 — First Man – Il primo uomo

    Diretto da Damien Chazelle

    Data di uscita: 31-10-2018

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La 75ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia apre i battenti, insieme al Concorso ufficiale, con “Il primo uomo” di Damien Chazelle, che aveva già aperto il festival più antico del mondo due anni fa con “La La Land”.

Proprio dal Lido iniziò il trionfale percorso che lo avrebbe poi portato al (quasi) trionfo nella successiva edizione degli Oscar. Bisserà successo e messe di premi anche con questo biopic dedicato a Neil Armstrong, primo uomo a mettere il piede sulla Luna il 20 luglio del 1969? Forse sì, forse no, di certo il film di cui vi stiamo per parlare non si avvicina minimamente al livello delle opere precedenti del cineasta di Providence, un lavoro su commissione che ne certifica lo status di esemplare metteur en scène; a mancare, anche clamorosamente, è lo spessore della sceneggiatura di Josh Singer (“Il caso Spotlight”, “The Post”), solido professionista che qui affastella tematiche una sull’altra senza riuscire a focalizzarne pienamente nemmeno una. Tutto quello di buono che c’è nel film proviene dalle circonvoluzioni della macchina da presa di Chazelle, dal montaggio ritmico sulle musiche del fido Justin Horwitz, dalla fotografia sgranata di Linus Sandgren, insomma dall’impeccabile comparto tecnico.

Si raccontano gli avvenimenti precedenti e concernenti la missione della Nasa per far sbarcare un uomo sulla Luna, concentrandosi sulla figura di Neil Armstrong (Ryan Gosling) negli anni dal 1961 al 1969. Il film esplora i sacrifici e il costo, per Armstrong e per gli Stati Uniti, di una delle missioni più pericolose della storia.

L’intenzione di Chazelle (e di Singer) era quella di creare una connessione emotiva tra gli astronauti e la Terra, mostrando le inquietudini di amici e familiari in trepidante attesa del ritorno, non focalizzando l’attenzione solo su Gosling/Armstrong e su sua moglie (una bravissima Claire Foy, sottoutilizzata) ma anche su una serie di personaggi secondari (e, naturalmente, realmente esistiti) immolati sull’altare di un obiettivo gigantesco, folle, all’apparenza fuori dalla portata.

Ma lo script è inzeppato di tematiche altissime e importanti non sviluppate, e questo non può che rappresentare un grande problema. Gli astronauti sono le ennesime vittime di guerra, non dissimili dai ragazzi parallelamente impiegati in Vietnam, di un conflitto tra superpotenze destinato fatalmente all’implosione? I tanti soldi investiti nell’impresa sarebbero potuti essere utilizzati per lo Stato sociale, per appianare le disuguaglianze? O il Dna di una nazione nata dall’avventura e dall’esplorazione del suo stesso Occidente non può che continuare tendendo al cosmo, all’infinita bellezza delle stelle? Ogni nazione inperialistica, d’altra parte, a partire dalla Spagna e dal Portogallo nel XVI secolo, ha sempre fatto questo…

Ognuno di questi spunti meriterebbe un film intero, e qui ha invece solo una scena o poco più. Il connubio tra Storia e storie singole non è armonico, perché in fin dei conti siamo di fronte all’ennesima opera sull’elaborazione del lutto, come “Gravity” di Cuarón, altra apertura veneziana. I momenti di focalizzazione interna dell’addestramento e della missione di Armstromg, quando Chazelle ci porta all’interno del casco e ci sballotta, ci percuote, ci fa perdere i sensi, sono decisamente i migliori. Per goderveli al meglio, dovete vederlo in una sala cinematografica, meglio ancora se di buon livello.

In conclusione, un film che ci lascia con l’amaro in bocca per le altissime aspettative che riponevamo (e riponiamo ancora) nel regista, dall’impianto classicheggiante più che classico, che potrebbe anche piacervi parecchio. Qui al Lido, alla proiezione per la stampa, gli applausi ci sono stati, ma freddini, come la prova del protagonista Gosling.

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