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  • Venezia 75 — Les Estivants (I Villeggianti)

    Diretto da Valeria Bruni Tedeschi

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Les Estivants”, letteralmente “i villeggianti”, è l’ultima fatica di Valeria Bruni Tedeschi presentata fuori concorso alla 75esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

In una delicata e floreale atmosfera nella quale è immersa un’elegante villa in Costa Azzura, si svolgono i giorni di vacanza di un nutrito gruppo di familiari e annessi domestici con le rispettive avventure sentimentali, prevalentemente vissute con discreto individualismo.

La protagonista è Anna (Bruni Tedeschi) che, a differenza di quello che si sarebbe aspettata, inizia le ferie senza il compagno (Riccardo Scamarcio) perché il giorno della partenza la lascia rivelandole di avere un’altra, ma promettendo che le sarà sempre accanto se non altro per la bimba (Oumy Bruni Garrel) che hanno adottato insieme. Come una crepa sull’argine di un’imponete diga le cui acque liberate devastano una valle, così si apre l’incontenibile universo emotivo della donna che riversa, senza naturalmente riuscire a gestirne la portata, su tutte le giornate che trascorrerà nella casa al mare di famiglia, con poche conseguenze sugli altri in realtà – poiché tutti pressoché indifferenti ed egoriferiti – ma moltissime su lei stessa.

La regista e attrice scrive la sceneggiatura e la firma insieme alla collega (che lo è ugualmente nel film) Noémie Lvovsky e ad Agnès de Sacy, che aveva già collaborato a due delle sue precedenti pellicole (“È più facile per un cammello…” del 2003 e “Un castello in Italia” del 2013). I riferimenti alla sua vita personale sono infiniti, a partire da Marisa Bruni Tedeschi che interpreta la sua mamma anche nella storia, la sorella Valeria Golino con il marito dalla posizione potente e di destra (Pierre Arditi), il fratello morto di AIDS, e persino il mestiere da regista che svolge scrivendo a proposito drammi di casa, cosa che le viene recriminata anche nella finzione.

Per non parlare della figlia adottata davvero insieme all’ex compagno Louis Garrel. Sembra quasi trattarsi di una terapia, questa sorta di metabiografia trasposta su grande schermo. Ma al di là di ogni pettegolezzo analitico, il risultato è brioso, primaverile: come i vestitini impalpabili indossati dalle attrici, come le candide piastrelle della casa che sembra sospesa in uno spazio nella memoria dell’autrice.

Le nevrosi raccontate hanno immancabilmente un tocco ironico e sempre divertito nel narrare i fatti, persino quelli più dolorosi. È quello, più di ogni altro, l’ingrediente che rende così gradevole lo scorrere dei fatti, anche quando sembra di essere arrivati al limite della sopportazione. Ma evidentemente è sempre uno sguardo leggero e canzonatorio sulle cose a dare una visione d’insieme e a rendere la vita bella. Nonostante tutto.

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Contro

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