Home > Recensioni > Venezia 75 — Nuestro tiempo

Uno sguardo autoriale aperto verso l’infinito cosmico e materico della Natura, mostrata in tutta la sua bellezza e violenza ancestrali, e insieme un ripiegamento su rapporti personali infeltriti, fin troppo stabilizzati, convenzionali nello loro apparente anticonvenzionalità: è da questo dualismo che “Nuestro tiempo” di Carlos Reygadas esce, purtroppo, stritolato, assommando quasi tre ore di proiezione ripetitive, ripiegate su se stesse, petulanti come il protagonista Juan, interpretato dallo stesso regista. Un pugno di sequenze dalla bellezza abbacinante che aumentano, e non attenuano, la delusione per questo film pretenzioso e un po’ arrogante, che si prende quasi tre ore per dirci una cosa semplice, persino banale, messa in chiaro in un finale tra le nebbie dell’inverno messicano, e tra tori impegnati a incornarsi (e a morire).

Una famiglia vive nella campagna messicana allevando tori da combattimento. Esther (Eleazar Reygadas) si occupa della gestione del ranch, mentre suo marito Juan, un poeta di fama m ondiale, alleva e seleziona gli animali. Quando Esther s’infatua di un addestratore di cavalli di nome Phil (Phil Burgers), la coppia lotta per superare la crisi.

Una pozza di acqua fangosa, bambini e ragazzi di ogni età giocano, si rincorrono, si baciano, ripresi in un formato panoramico pazzesco: l’incipit più bello, probabilmente, della Mostra 2018. Si passa ad una fattoria, spazi immensi, lavoratori e “padroni” che collaborano armoniosamente, poi un primo, tragico evento incrina la pace. Da allora in poi sarà un gioco al massacro, un connubio di masochismo e sadismo, tenerezza e crudeltà, un’impotenza sessuale che diventa anche sentimentale. I due coniugi non comunicano se non per interposta persona, o attraverso schermi e device, parlano a lungo a distanza, rimangono muti quando condividono spazi e conduzione, familiare e del ranch.

Nel frattempo scompaiono i giovani, Reygadas mostra i suoi spaventosi limiti attoriali, sua moglie si sveste continuamente cercando di tener desta l’attenzione, del marito, dell’amante, dello spettatore. Tutta questa montagna esistenzialista, ricolma di tradimenti, morti di cancro, feste, partorisce un topolino: le costruzioni intellettuali intorno all’amore sono stupide, forzate e fallaci, meglio l’animalità dello scontro tra due bestie fino all’ultimo sangue, e che il vincitore si goda la “preda”.

Un poeta (che ci dicono) famoso che non vediamo mai nell’atto del componimento, una ripetitività costante che arriva all’afasia, la continua ricerca della “bella” immagine anche se con i protagonisti fuori dal campo, la sfocatura di parti dell’immagine per obbligarci a guardare in un’unica direzione: se dovessimo limitarci al lunghissimo segmento centrale, il film ne uscirebbe stritolato.

Ma una pazzesca ripresa aerea tesa a mostrare la brulicante Città del Messico, il già nominato inizio e qualche pezzo di bravura qua e là ci portano a non considerare il disastro come totale. Ma di questo cinema d’autore così esibito e marziale, dal percorso obbligato pur se tra grandi spazi, noi non riusciamo ad intravedere l’urgenza espressiva. Nella primissima, enigmatica immagine, il regista messicano s’inquadra in primissimo piano, boccheggiante in mezzo all’acqua, impegnato in un urlo lancinante ma muto, di cui non ci è concesso di ascoltare il suono. Assistendo all’ennesima, stanca lite familiare con la pedissequa ripetizione degli stessi concetti, quell’immagine ci è tornata in mente … Speriamo non venga premiato ma, viste anche le reazioni entusiasiatiche di molto accreditati, temiamo che accadrà.

 

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