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  • Venezia 75 — Opera senza autore

    Diretto da Florian Henckel von Donnersmarck

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Dei vari modi in cui un artista contemporaneo tedesco può venire a termini con la ferita della storia nazista, il premio Oscar Florian Henckel von Donnersmarck sceglie l’allegoria. L’assenza di un autore, richiamata nel titolo, rimanda all’assenza di un responsabile tanto di un’opera d’arte quanto di una tragedia storica, così come l’assenza di uno stile personale in un artista è paragonata alla responsabilità condivisa della massa.

Oppure l’interpretazione di questa epopea generazionale è tutt’altra, e il mio è un volo pindarico.

Sicuramente, nelle sue tre ore di durata e nell’esposizione costante di arte definita sempre in bilico fra urgenza espressiva individuale e dispositivo ermetico, il film offre un fulcro per tanti e diversi spunti di riflessione.

La storia segue l’infanzia e l’età adulta di Kurt, talento artistico predestinato, prima testimone diretto degli orrori della pulizia etnica nazista, poi pittore squattrinato ma volenteroso e felice con la sua sposa, Ellie. Ellie è figlia del professor Seeband, un illustre ginecologo assurto ai gradi di gerarca e scampato alla giustizia dopo la guerra, ma questo Kurt non lo sa.

Questo film è la migliore approssimazione di una risposta alla domanda che ha sempre afflitto gran parte della popolazione mondiale: “ma cos’ha di bello l’arte contemporanea?”. La risposta di solito è evasiva, e senza un reale impegno di osservazione e riflessione rischia spesso di suonare come una supercazzola. Un film di tre ore invece può fornire l’humus ideale per una riflessione così profonda e permettere di decifrare quella misteriosa inclinazione al coinvolgimento di cui è capace un’opera d’arte pur priva una chiave di lettura evidente. “Opera senza autore“, nonostante questo prezioso servizio culturale, in sé non è però un film indecifrabile, anzi si culla (con misura e rigore apprezzabili) sui terreni convenzionali della ricostruzione storica e delle relazioni familiari (oltre che a momenti di eccessiva teatralità quasi patetici ma perdonabili, anche per l’insistente contributo della colonna sonora di Max Richter), rinunciando ai conflitti umani per preferire l’illustrazione della fatica di vivere e di fare arte.

Il film è co-prodotto da Rai Cinema e vedrà sicuramente un’imminente uscita italiana. Intanto è in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e potrebbe toccare le corde di qualche giurato sensibile al melodramma, come un certo presidente vincitore del Leone d’oro della scorsa edizione.

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Contro

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