Home > In Evidenza > Venezia 75 — Roma

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Era dal 2013, quando “Gravity” aprì proprio la Mostra di Venezia, che Alfonso Cuarón non dirigeva un film. Torna proprio qui al Lido con “ROMA”, progetto personale di lunga gestazione, realizzato grazie ai soldi di Netflix, la major probabilmente più ricca oggi, Disney esclusa. Netflix, come sempre, regala opportunità grazie alla gigantesca disponibilità di spesa, ma anche forti limitazioni, che questa volta sembrano essere state scongiurate, perché non vedere (o non avere la possibilità di vedere) questo film su uno schermo cinematografico avrebbe rappresentato una vera castrazione estetica al magnifico lavoro compiuto dal regista messicano sull’ampiezza e la profondità delle sue immagini. Rischio che Cuarón in primis, pur di portare a compimento il progetto, ha accettato, com’è giusto specificare per non scadere nello sterile manicheismo tra fan e oppositori che cannibalizza da qualche tempo le chiacchiere cinefile.

“ROMA” segue le vicende di una giovane domestica, Cleo (Yalitza Aparicio), e della sua collaboratrice Adela, entrambe di origine mixteca, che lavorano per una piccola famiglia nel quartiere borghese di Roma, a Città del Messico. Sofia, la madre, deve fare i conti con le prolungate assenze del marito, mentre Cleo affronta sconvolgenti notizie che minacciano di distrarla dalla cura dei quattro figli della donna, che lei ama come fossero suoi. Mentre cercano di costruire un nuovo senso di amore e di solidarietà, in un contesto di gerarchia sociale dove classe ed etnia si intrecciano in modo perverso, Cleo e Sofia lottano in silenzio contro i cambiamenti che penetrano fin dentro la casa di famiglia, in un paese che vede la milizia sostenuta dal governo opporsi agli studenti che manifestano.

Incorniciato da quattro carrellate laterali magnifiche e di complessa realizzazione, che scandiscono senza bisogno di cesure effettive o scritte su schermo le diverse parti in cui è divisa la narrazione, il film è un dramma popolare e borghese, umanista e politico, che compone contrasti e allo stesso tempo li rende più evidenti, sontuosamente dicotomico nonostante la calibrata uniformità del tutto. Ispirato dal neorealismo italiano in maniera esplicita (e, crediamo, anche da insospettabili cineasti provenienti da mondi geografici e cinematografici completamente differenti, vedi Lav Diaz), Cuarón torna a girare in lingua spagnola, e da una vicenda semiautobiografica tira fuori un apologo universale e senza tempo, completamente al femminile. Gli uomini, in questo film, sono meschini, approfittatori, doppiogiochisti.

Più di una sequenza da consegnare immediatamente alla storia della Settima Arte: un addestramento alle arti marziali di massa coordinato da una sorta di ciarlatano in costume da luchador, una violenta repressione di una protesta studentesca mostrata dagli occhi impauriti dei nostri protagonisti, un parto straziante e durissimo, un’ultima scena in mare che chiude i cerchi, narrativi ed emotivi. Cuarón mostra di conoscere QUEL Messico alla perfezione, con il gusto per lo spettacolo da fiera popolare che accomuna ogni classe sociale, con le strade brulicanti di vita, con le chiacchiere in mexteco tra le collaboratrici domestiche, soprattutto con il tratteggiamento del momento politico del Paese grazie a tocchi brevi e incisivi.

Si potrebbe ancora dire tantissimo su questo film, ma lo spazio è terminato. Abbiamo la prima, forte candidatura per il Leone d’Oro che verrà consegnato l’8 settembre.

 

 

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