Home > Recensioni > Venezia 75 — Suspiria

Non è un segreto che il remake di “Suspiria” di Luca Guadagnino sia il film più atteso di Venezia 75. Forse il più atteso dell’anno, cosa abbastanza sorprendente per quello che, almeno sulla carta, dovrebbe essere un horror, genere che trova sempre poco spazio nei concorsi più blasonati.

Sarà per la fama di Guadagnino di autore controverso, molto odiato o amato da critica e pubblico, senza mezze misure. Sarà che la scelta di lavorare sul rifacimento di un horror epocale come “Suspiria” di Dario Argento, che ha segnato il passaggio definitivo dal giallo all’orrore del regista che più incarna un certo tipo di cinema nel mondo, un film con una sceneggiatura scarna e contraddittoria, ma irripetibile sia per potenza visiva che sonora. Sarà per la lontananza del progetto da tutti i lavori precedenti del regista, appena uscito dal successo del delicato e intimista “Chiamami con il tuo nome”.

Devo ammettere che il “Suspiria” di Argento riveste una particolare importanza nella formazione del mio gusto personale. Il mio timore principale era la possibilità che l’estetismo spinto di Guadagnino potesse, in qualche modo, appiattire la vera natura di quella che nasce, sostanzialmente, come una storia di streghe e magia, con tutto il bagaglio di suggestioni culturali che si porta dietro. 

Lo dico senza alcuna remora: per me “Suspiria” di Guadagnino è un horror a tutti gli effetti. Qualcuno, come al solito, dirà «ma non fa affatto paura!», ma sono fermamente convinta che non sia questa la caratteristica fondante del genere. Non come la si intente oggi. Ci si è abituati al brivido passeggero, quello che ti fa saltare sulla sedia, ma la paura che fa più effetto su di me è quella che si insinua nel profondo dello spettatore, che quasi non si vede, ma ti lascia un senso di disagio palpabile.

“Suspiria” di Guadagnino fa esattamente questo, non vergognandosi mai di mostrare la fiera anima ereditata dall’impegnativo predecessore e di indugiare sugli aspetti più raccapriccianti e gore. Ma ovviamente, non fa solo questo. Si tratta di un film fortemente politico, antropologico, densissimo, che affida al contesto magico-simbolico la rappresentazione di un dramma sociale di non facile interpretazione. 

Ambientato del 1977, anno di realizzazione del film di Argento, ma soprattutto momento di svolta nel movimento femminista, “Suspiria” racconta dell’ingresso dell’americana Susie Bannion (Dakota Johnson) nella rinomata compagnia di danza Helena Markos Dance Company. Il suo talento naturale colpisce in modo particolare la coreografa Madame Blanc (Tilda Swinton). Dopo il crollo emotivo della  ballerina principale Olga, che lascia la compagnia, accusandola di essere la copertura per una congrega di streghe, Madame Blanc sceglie proprio Susie per sostituirla nel “Volk”, famosa coreografia creata da lei creata all’inizio del Secondo dopoguerra. Nel frattempo, lo psicoterapeuta Dr. Jozef Klemperer (il fantomatico Lutz Ebersdorf, probabilmente lo pseudonimo dietro cui si nasconde proprio l’attrice che pensate) indaga sulla scomparsa di una sua paziente, Patricia Hingle (Chloë Moretz), membro della compagnia e legata ad ambienti radicali. 

Sullo sfondo di questo film che racconta di un gruppo sociale interamente femminile, ci sono la colpa e la vergogna di un potere che, storicamente, è sempre identificato il maschile, l’orrore impossibile da dimenticare della Seconda Guerra Mondiale e la tensione sociale e politica di una Berlino messa in ginocchio dal terrorismo. Ma anche l’amore più profondo tra marito-moglie, insegnate-allieva, madre-figlia, divinità-fedele. So che questa frase vi risulterà un po’ confusa, ma probabilmente la capirete dopo la visione.

Le interpretazioni dei complessi, talora terribili, talora estremamente amorevoli, rapporti interpersonali del film di Guadagnino sono innumerevoli e possono toccare molti campi, dalla storia agli studi di genere, fino ad arrivare all’antropologia e lo studio del pensiero magico-rituale, rappresentato qui dalla danza (coreografate splendidamente da Damien Jalet). Ci sarebbe da provare ad analizzare il film approfondendo il discorso della forza del femminile, in relazione al culto primordiale della Grande Dea, connesso con il ciclo morte-rinascita. Ricordate questa parola, rinascita, una volta arrivati alla fine di “Suspiria”.

Non posso essere più specifica in questa sede, perché rischio di rivelare troppo di un film che, in ogni caso va vissuto, sentito, più che analizzato. Perché il suo impatto visivo è dirompente e ti entra nelle viscere, così come il lavoro straordinario sul suono è in grado di colpire svariati nervi scoperti. Non vorrei sembrare troppo entusiasta, ma ne esistono pochi di sound design (di Frank Kruse) terrorizzanti quanto quello di “Suspiria”, supportati da una superba colonna sonora di Thom Yorke.

Guadagnino sembra avere un controllo impeccabile sugli attori, dando a Dakota Johnson un ruolo in grado di valorizzarla al massimo. Tilda Swinton, superba come sempre, nei suoi svariati ruoli (potrebbero essere tre, ma l’attrice lo nega), riesce a non risultare mai sopra le righe, trovando un equilibrio che, spesso, le è mancato altrove. 

“Suspiria” è un film molto diverso dall’originale, ma che mai cerca di sovrapporsi al modello. Strano a dirsi, quando si tratta di un autore ambizioso come Guadagnino, non c’è mai  tracotanza nel suo tentativo di ricostruire la storia di Argento basandosi sulla propria esperienza emotiva del film, di culto per il regista stesso.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire sul film. Forse è proprio questo il suo più grande pregio e maggior difetto, quello di stimolare la riflessione, ma di essere ambiguo, difficile, fin troppo enigmatico. Un film da amare follemente o odiare con veemenza, come il suo autore. Per ora, credo sia giusto rimandare tutto il discorso a dopo l’uscita nelle sale a novembre.

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