Home > Recensioni > Venezia 75 — The Mountain

Perché si è trovato un posto per Rick Alverson nel Concorso ufficiale di Venezia 75? È la domanda che assilla la maggior parte degli accreditati qui al Lido fin dallo scorrere dei titoli di coda della proiezione per la stampa. In ogni competizione di un grande festival c’è sempre almeno un film di cui non ci si riesce a spiegare la presenza, e quest’anno è arrivato subito, quindi speriamo non ce ne siano altri da qui alla fine. Può bastare il cast nutrito, pieno di star (Jeff Goldblum, Tye Sheridan) e di attori di culto per cinefili (Denis Lavant, Udo Kier)? Speriamo vivamente di no. “The Mountain” è un pastrocchio senza capo né coda, che cerca di avviluppare lo spettatore grazie ad una forma cinematografica curata e (apparentemente) complessa, schermo in 4:3 e totale assenza di movimenti di macchina, con una cura della composizione del quadro attenta al dettaglio, ma anche questo, presto, non basta più, e la noia e l’irritazione cominciano a regnare sovrani.

Il film racconta gli esperimenti del dottor Wallace Fiennes, ispirato al realmente esistito Walter Freeman, un fautore della lobotomia estrema per curare le malattie mentali. Andy, che ha perso il padre e ha incontrato il dottore dopo la lobotomia della mamma, diventa un suo allievo, ingaggiato per documentarne come fotografo l’attività. È il 1954, e nello stesso anno Rosemary Kennedy, sorella di John e Robert, viene lobotomizzata e ridotta allo stato vegetativo …

Quest’ultima, indubbiamente interessante, annotazione storica fornita dalla sinossi ufficiale non ha riscontro all’interno della pellicola, è bene dirlo subito; probabilmente, come un po’ tutto il film, era solo un pensiero guida nella testa di Alverson. Narrazione lacunosa ed ellittica, personaggi, Andy a parte, che non hanno un arco narrativo, Denis Lavant lasciato a folleggiare senza rete di protezione davanti alla macchina da presa, Goldblum che indossa il suo “mad doctor” a metà tra l’apocalittico e l’integrato con indubbia classe e mestiere, ma presto stanca anche lui …

Sulla locandina campeggiano due sedie vuote, sulle quali siederanno i due protagonisti nel corso del film, in una delle poche svolte narrative chiaramente indentificabili. Chissà quanto volontariamente, un’immagine simbolo perfetta: l’inquadratura curata, il NULLA all’interno. Ambizioni gigantesche (la lobotomia ad una nazione intera, la mancanza di umanità, l’opera d’arte come unica maniera per esprimere il pensiero dell’artista) e irritantemente inespresse, un “mindfuck movie” che potrà anche piacere molto ai patiti dell’enigmistica o della visionarietà totalmente fine a se stessa (un paio di sequenze notevoli, da questo punto di vista), ma dal ritmo talmente blando e soporifero da stroncare anche i più volenterosi,. Bocciatura, praticamente senza appello.

 

 

 

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