Home > Recensioni > Venezia 75 — Zan (Killing)

Arriva proprio all’ultimo giorno, quando ormai i discorsi sono già proiettati sui pronostici e sui possibili vincitori, uno dei film più belli del Concorso ufficiale di Venezia 75, forse il più bello. Ottanta minuti densi, maestosi, che si mangiano qualunque altra opera di questo Concorso elefantiaco, con qualche conferma e tante delusioni.

Onore, dunque, al maestro Shinya Tsukamoto, che già quattro anni fa, alla sua ultima partecipazione veneziana, con “Nobi” avrebbe meritato il premio principale. Fu completamente ignorato allora, il rischio che risucceda anche questa volta è alto.

Nel corso della metà del XIX secolo, dopo circa 250 anni di pace, in Giappone i guerrieri samurai si sono impoveriti. Di conseguenza, molti lasciano i loro padroni per diventare dei ronin erranti. Mokunoshin Tsuzuki (Sosuke Ikematsu) è uno di questi samurai. Per conservare la sua abilità nel maneggiare la spada, Mokunoshin si allena quotidianamente con Ichisuke (Ryusei Maeda), il figlio di un contadino. La sorella di Ichisuke, Yu (Yu Aoi), li guarda esercitarsi con una leggera disapprovazione, sebbene tra lei e Mokunoshin si avverta un’attrazione non dichiarata.Un giorno i tre incontrano due samurai in duello. Il vincitore è Jirozaemon Sawamura (Shinya Tsukamoto), un abile ronin dai modi gentili. Sawamura resta nel villaggio per cercare altri potenziali guerrieri, quando arriva un gruppo di ronin fuorilegge. Gli abitanti del villaggio hanno sentito voci terribili sul capo dei banditi, Sezaemon Genda (Tatsuya Nakamura). Quando l’irruento Ichisuke sfida i fuorilegge, la direzione delle loro vite cambia drasticamente…

Il film si apre con dettagli e campi stretti, in una fucina il metallo incandescente prende corpo, viene lavorato e prende pian piano la forma di una spada (è il significato del titolo originale “Zan” in giapponese, spada), lo strumento di morte e offesa che scopriremo vero protagonista, maneggiato da mani abili o impacciate, caritatevoli o spietate. Sorta di prolungamento virile del corpo, nel Giappone della metà dell’Ottocento (un po’ come la pistola, parallelamente, dall’altra parte dell’oceano), la responsabilità relativa al suo uso corretto e coscienzioso è enorme, e divide l’uomo dal ragazzo, il retto dall’empio.

Tsukamoto si mette ancora una volta davanti alla macchina da presa oltre che dietro, interpretando un samurai alla ricerca di riscatto, pronto a difendere dei contadini in difficoltà anche solo per il gusto di affondare l’acciaio nei corpi di una gang di banditi lerci e sboccati. Non si fa scrupoli nel portare alla battaglia giovani senza nessun battesimo “di sangue” ancora compiuto, depositario di un senso dell’onore ormai vetusto.

Possiamo leggere collegamenti con il Giappone attuale? Certo che sì. Stile registico, forma, sostanza, citazione dei classici (“I sette samurai” su tutti, come nume tutelare), un personaggio femminile talmente importante e ben disegnato da frantumare con gesti e parole ogni residuo segno di mascolinità ottusa e decadente, femminista nei modi e nelle azioni, non in inutili scimmiottamenti dell’altro sesso.

La chiusura è affidata a lei, al suo sguardo apprensivo e amoroso, conscia di aver perso (forse) ciò a cui più tiene. Inutile dilungarsi troppo, per un’esperienza cinematografica che va solo fruita, sperando che, per questa volta, Tsukamoto riesca ad approdare in sala (e per ottenere questo un premio aiuterebbe). Il cineasta giapponese, uno dei più grandi autori contemporanei, non rinuncia alla violenza stilizzata, agli schizzi di sangue e budella, ma li mette ai bordi del campo, ad un passo dal fuori. Non è quello il punto, non risiede lì il cuore dell’operazione, ma vedrete comunque alcuni tra i migliori combattimenti degli ultimi tempi, cinetici, veloci, un piacere per gli occhi.

Ricordate Tsukamoto da attore, crocifisso in riva al mare nell’ultimo Scorsese “Silence”? La ieraticità di questo personaggio ricorda un po’ quella, in un film che in un’ora e venti dispiega metafore e racconto, personaggi e dilemmi morali. Grande cinema, non un’inquadratura sprecata, economia ammirevole di stile e linguaggio, una lezione di cinema. Vi basti questo per attendere questo film più di OGNI altro proveniente dalla Mostra.

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