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  • Venezia 76 — A herdade (The domain)

    Diretto da Tiago Guedes

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Un romanzo fluviale, la saga di una famiglia e insieme di un’intera nazione: in sintesi, “A herdade” di Tiago Guedes è questo, quantomeno nelle intenzioni. Dalla (non tanto) piccola prospettiva di una fattoria, con centinaia di ettari di terra coltivabile e tanti dipendenti, ai cambiamenti politici, sociali e culturali succedutisi in Portogallo a partire dal 1943, fino ad arrivare al 1991: dalla dittatura alla democrazia, passando per la Rivoluzione, dal benessere alle difficoltà economiche, dalle eredità consolidate alle identità fluide. Guedes, al primo lungometraggio firmato in solitaria dopo la rottura della collaborazione con Frederico Serra, sposa le idee e le ambizioni del produttore Paulo Branco (una carriera incredibile, da Manoel de Oliveira a Chantal Akerman, da Andrzej Zulawski al Cronenberg di “Cosmopolis”, fino ad arrivare al recentissimo “L’uomo che uccise Don Chisciotte” di Terry Gilliam) ma, forse, si rivela inadatto al compito, incapace di controllare una materia narrativa che, in alcuni punti, avrebbe avuto bisogno di meno controllo, di una mano più libera e coraggiosa. Ci restano alcune magnifiche sequenze, specie in apertura e chiusura.

Guardando al cinema americano degli Cinquanta e primi Sessanta, a Elia Kazan, ma soprattutto a George Stevens (il film è una sorta di criptoremake de “Il gigante”, ultimo film di James Dean prima della precocissima dipartita), “La tenuta”, sarà questo il titolo italiano, parte come una sorta di “Novecento” bertolucciano per poi mostrare, appunto, tutt’altro spirito.

Albano Jerónimo è un padre e marito che vediamo prima brevemente come figlio, in una magnifica sequenza d’apertura, ricevere dal genitore un insegnamento semplice e diretto, che orienterà tutta la sua esistenza (e il film stesso): “Quando le cose finiscono, finiscono”. Insegnamento impartito sotto un albero che diventerà un simbolo, il luogo del trapasso, delle tombe dei coloni, delle traiettorie esistenziali (ancora una volta, del film stesso).

La piattezza espositiva rappresenta il problema più grande per un film che avrebbe dovuto mollare gli ormeggi, far esplodere le passioni, portare a estreme conseguenze i rapporti umani. E invece se il potere e i maggiorenti, gattopardescamente, si trovano in difficoltà ma riescono a farla franca, è proprio il percorso emotivo del protagonista che lascia più di un dubbio. Carismatico e progressista, granitico e imperfetto, amorevole e brutale, un’ambivalenza che non restituisce allo spettatore dubbi, ma solo incertezza e confusione.

Colpa anche del montaggio del nostro Roberto Perpignani, che restituisce in più di un momento la sensazione di pilota automatico. Lungo tutto il corso della vita, le scelte che facciamo ci definiscono, ma portiamo con noi qualcosa che non riusciamo a percepire né a controllare. Qualcosa che è nato con noi, che abbiamo ereditato. All’interno di questo romanzone, di questo determinismo sociale senza scampo, era contenuto un grande affresco del Novecento portoghese. Che, purtroppo, intravediamo solo a tratti.

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