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  • Venezia 76 — Ad Astra

    Diretto da James Gray

    Data di uscita: 26-09-2019

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La fantascienza “adulta” e umanista, che dal “2001 – Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick a oggi (passando per “Solaris”, “Contact”, “Gravity”, “Interstellar”, per limitarsi ai casi più celebri) ha regalato alla Settima Arte alcuni dei suoi più interessanti capitoli, si arricchisce di una nuova, scintillante unità. Arriva in Concorso a Venezia 76 l’ultima fatica del poliedrico e multiforme James Grayl’attesissimo e più volte rimandato “Ad Astra”. Dopo aver visto il film e ammirato il lavoro compiuto dalla ILM e dal direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema (con Caleb Deschanel di rinforzo in alcuni momenti, il meglio del meglio) possiamo capire anche il perché. Un film tutto da costruire in postproduzione, visivamente affascinante e capace di conferire realismo e credibilità a mondi lontani e a futuri prossimi. Sul piano narrativo, invece, le cose non vanno altrettanto bene …

Da qualche parte nello spazio profondo, un campo elettrico scarica la sua forza alla velocità della luce e minaccia la sopravvivenza della Terra. L’origine viene presto identificata e il Maggiore Roy McBride (Brad Pitt) viene incaricato della missione che dovrebbe risolvere il problema. Ma le cose non sono così semplici perché Roy, soldato decorato oltre i confini della Terra, è il figlio di Clifford McBride (Tommy Lee Jones), pioniere dello spazio partito ventinove anni prima per cercare segni di vita su Nettuno.

Oltre a prendere suggestioni visive da molti dei film sopracitati, Gray dichiara anche ispirazioni letterarie per la sceneggiatura, dal “Cuore di tenebra” conradiano (palese) a “Moby Dick” di Melville (un po’ meno evidente), posizionando prepotentemente il suo film nella tradizione del Mito e delle sue declinazioni e riletture. Il cinema del regista newyorkese tratta da sempre di viaggi, di grandi sfide esistenziali, ed era probabilmente inevitabile che il suo sguardo si rivolgesse prima o poi verso il cielo, verso l’inconoscibile, l’inospitale, il (non) luogo che necessita delle migliori menti scientifiche al lavoro per essere esplorato e penetrato, per ricercare ancora una volta una Frontiera da oltrepassare, bisogno insopprimibile per la cultura statunitense (anche il recente “First Man” sceglieva questa chiave per inquadrare l’impresa dell’Apollo 11).

Per fare tutto questo, per raccontare l’immensità e lo spaesamento, si affida al dramma privato, ad un uomo alla ricerca del padre perduto da anni (e che ha seguito le sue orme diventando astronauta), un uomo divorato dall’anaffettività, che ha (o ha avuto) una moglie (Liv Tyler) ma nessun figlio; il ruolo è affidato ad un Pitt monocorde, che non scatena empatia, e il castello comincia ad avere fondamenta non molto solide. Castello che non crolla per l’innegabile talento del suo creatore, ma la cui struttura è continuamente messa in pericolo: fuor di metafora, l’alternanza tra sequenze riuscite e altre meno diventa la caratteristica fondante dell’opera.

Pirati dello spazio che infestano il lato oscuro di una Luna ormai completamente conquistata dal capitalismo e dalle sue leggi, primati violenti (questa non ve la spiego più di così, apprezzerete), spettacolari disastri su gigantesche antenne di comunicazione puntate talmente in alto che chi vi lavora all’esterno deve indossare tute spaziali (la torre di Babele? Certo che sì). Ma anche fluttuazioni interminabili, prolissità sparse ed un finale decisamente discutibile. Un contenitore in cui trovare potenzialmente di tutto, in cui probabilmente ogni spettatore troverà almeno una scena capace di mandarlo in sollucchero.

La (parziale) delusione è legata all’immensa stima che nutriamo verso Gray: per chi scrive, il suo precedente “Civiltà perduta” era il miglior film in assoluto del 2017. Qui non ci si ripete, il viaggio si chiude con un tonfo (metaforico) clamoroso e la montagna finisce per partorire un topolino. Ma l’importante, per Gray, è il percorso, che continueremo a seguire con febbrile curiosità. La Giuria di Venezia 76, probabilmente, si limiterà ad ignorare.

 

 

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