Home > In Evidenza > Venezia 76 — Babyteeth

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Nel leggere la sinossi di “Babyteeth”, film d’esordio della regista australiana Shannon Murphy presentato in concorso a Venezia 76, ammetto di aver pensato: «L’ennesimo film adolescenziale lacrimevole sul tema della malattia». 

E, in effetti, il racconto ruota intorno una storia d’amore. Il primo amore, tra uno spacciatore ventenne che vive per strada, Moses (Toby Wallace), e una quindicenne malata di cancro figlia di una coppia benestante, Milla (Eliza Scanlen, nota per la serie tv “Sharp Objects” e tra le protagoniste del prossimo “Piccole donne” di Greta Gerwig). 

Invece, in qualche modo, “Babyteeth” stupisce per la sua freschezza e autenticità. Indubbiamente, presenta caratteristiche e struttura di un certo cinema indipendente americano, anche se americano non è.

Per intenderci, un tipico film “da Sundance Festival”, a cominciare dalla costruzione delle singole inquadrature, la scelta della palette cromatica, l’autoreferenzialità della struttura narrativa episodica e la selezione musicale indie-pop. “Babyteeth”, tuttavia, ne abbraccia indubbiamente il linguaggio e l’estetica, ma mai cede al manierismo e alla retorica spicciola di cui è spesso vittima il genere.

Soprattutto, la sceneggiatura di Rita Kalnejais, autrice della pièce teatrale originale, riesce nel difficile compito di donare spontaneità e leggerezza al racconto, attraverso un’ironia pungente e istintiva tutta australiana.  

Questo emerge soprattutto nell’ottima scrittura dei suoi personaggi, in particolare dei comprimari. In una Mostra del Cinema in cui, per caso o per scelta, si è dato molto spazio al tema della genitorialità, la pianista Anna e lo psichiatra Henry, interpretati da Essie Davis (già protagonista di “Babadook” di Jennifer Kent) e Ben Mendelsohn (“Bloodline”, “Rogue One”, “Ready Player One”), brillano particolarmente per il loro toccante realismo. 

This is the worst parenting ever, dice ad un certo punto Anna al marito, quando concedono allo sregolato Moses di rimanere a casa con loro per dare po’ di tranquillità alla figlia. E in frasi come questa è contenuta tutta l’essenza di due personaggi straordinari, che non temono di dimostrare la loro inadeguatezza di fronte a una situazione ingestibile per chiunque.

Colpisce, soprattutto, il lavoro eccezionale di Mendelsohn sulla gestualità e la mimica lieve e misurata nel restituire la complessità di un padre che vive il suo dolore in maniera atipica, ma terribilmente reale.

Interessante, poi, è il discorso sulla percezione delle dipendenze a seconda della classe sociale, che viene portato avanti in parallelo, seppur mai approfondito del tutto: Moses è uno spacciatore e tossicodipendente che si avvicina a Milla per il suo facile accesso ai farmaci; Anna soffre di depressione e assume una serie infinita di psicofarmaci, prescritti dal marito stesso; Henry prova a sua volta degli oppiacei per sfuggire al dolore. Il primo è considerato un emarginato dalla società, i secondi membri rispettabili della comunità.

A “Babyteeth”, tuttavia, non sembra tanto interessare la riflessione sociale, quanto la possibilità mostrare quanto questi personaggi diversissimi tra loro, siano simili nella sofferenza quotidiana. 

Il film, così, finisce per non essere davvero un cancer movie o un film adolescenziale sul primo amore, ma una storia sulle persone che restano. La malattia rimane quasi sullo sfondo senza essere mai mostrata davvero, mentre l’attenzione è puntata sulla rappresentazione di questa strana famiglia allargata. Non a caso, molte delle scene più riuscite avvengono in occasioni conviviali e quella più importante coinvolge tutti i personaggi del racconto.

Sono i legami, ci sembrano dire Shannon Murphy e Rita Kalnejais, a tenerci a galla. E alcuni legami non si possono spezzare, sopravvivono a qualunque cosa. 

Per tutti questo motivi, sebbene talvolta pecchi di una certa ingenuità narrativa e una eccentricità esibita, il film di Shannon Murphy  funziona, riesce a far leva sull’emotività dello spettatore e commuovere in modo sincero, senza risultare mai patetico o ricattatorio. 

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Contro

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