Home > In Evidenza > Venezia 76 — Ema

Correlati

Quando ormai si credeva di aver mappato per intero il percorso autoriale di Pablo Larraín, ecco che il Nostro scarta di netto e presenta a Venezia 76 un film assolutamente sorprendente, (apparentemente) lontano dalle sue corde, da quel rapporto doloroso e conflittuale tra uomo e Storia che il cineasta cileno ha declinato in modalità differenti, sia nel suo Paese che, su commissione, negli States (il precedente “Jackie”). Con “Ema”, in Concorso, si cala nella contemporaneità (in attesa di tornare negli Usa con il prossimo “The True American”), e ci regala un’opera spiazzante, traboccante di umori e vitalità, femminile più che femminista, perché l’affermazione dell’incontestabile “potere” femminino scaturisce naturalmente, senza bisogno di proclami, dall’inestricabile intreccio tra sesso e sessi, dalle dinamiche di potere questa volta non verticali (il Potere verticistico e il popolo) ma orizzontali.

Seguiamo le vicende di Ema (Mariana Di Girolamo), giovane ballerina, che decide di separarsi da Gastón (Gael Garcìa Bernal) dopo aver rinunciato a Polo, il figlio adottato che non sono mai stati in grado di crescere. Per le strade della città portuale di Valparaíso, la ragazza va alla ricerca disperata di storie d’amore che l’aiutino a superare il senso di colpa. Ma Ema ha anche un piano segreto per riprendersi tutto ciò che ha perduto …

Il sesso e la danza: tutto il film si muove tra questi due punti cardine, tra queste affermazioni di vitalità, tra questi modi d’incanalare la propria energia nel gesto, nel passo, nell’orgasmo. Gli uomini, ormai ridotti a oggetti inutili, non riescono a ritrovare un proprio posto nel mondo, e vale per tutti, dal “latin lover” (o quel che ne rimane) all’impotente/sterile/bisessuale. L’incursione nel magmatico “stato delle cose” dei rapporti, umani e di coppia, si serve di mezzi puramente cinematografici (montaggio ellittico e insistito, frammentazione del senso, scomposizione del film in micro segmenti quasi indipendenti l’uno dall’altro) per avviluppare lo spettatore in un’orgia (a volte letteralmente) di corpi, colori e coreografie, che non può che richiamare alla mente “Spring Breakers” di Harmony Korine, seppur per certi versi ne rappresenti l’opposto speculare.

Dopo l’analisi del passato, Larraín comincia a costruire il futuro e la nuova società, partendo dalla totale desacralizzazione dell’istituzione che più resiste allo scorrere del tempo, quella familiare. La maternità negata è una colpa dalla quale una donna non può ancora affrancarsi, la società non lo permette, ma è proprio dal punto più basso della scala, quando non si ha più niente da perdere, che si può cominciare a risalire, distruggendo col fuoco i simboli di gerarchie che ormai hanno segnato il passo. Ema è più un simbolo che un personaggio, attraversa il film e lo spazio scenico e non si nega nulla, determinata, fredda anche se apparentemente caldissima, lucida, consapevole.

Larraín non chiude il suo film intorno ad un senso e un’interpretazione, presenta un testo aperto che lo spettatore è chiamato a riempire, e facendo questo si mantiene “al riparo”. Ma la materia trattata, universale e onnicomprensiva, sembra essere lì apposta per questo tipo di approccio. Un film davanti al quale bisogna lasciarsi andare, di tempo per riflessioni post visione ce ne sarà fin troppo. Lasciarsi andare come la crew di ballerine protagoniste, che nobilita il reggaeton ibridandolo con la street dance (uno scambio di battute sull’argomento non lo dimenticherete), che vive la propria sessualità con gioia, che, un passo di danza dopo l’altro, cerca di cambiare la propria quotidianità per cambiare il mondo intero.

TUM, PATUNTUN TUM, PATUNTUN TUM, e via così fino al Leone d’Oro (difficile, quasi impossibile).

 

 

Pro

Contro

Scroll To Top