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Venezia 76 — Il cast presenta J’accuse di Roman Polanski

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«Non risponderemo a domande su polemiche passate. Questo non è un tribunale morale, ma una splendida Mostra del Cinema e dobbiamo tenere viva l’arte»: ha esordito così Luca Barbareschi, qui in veste di produttore, durante la conferenza stampa di “J’accuse – L’ufficiale e la spia” di Roman Polanski a Venezia 76.

Il riferimento, naturalmente, è alle dichiarazioni fatte dalla Presidente di Giuria Lucrecia Martel nel primo giorno del Festival e a tutta la querelle che ne è seguita. La regista aveva espresso un certo disagio (dovuto alla condanna di Polanski del 1977) per la presenza di “J’accuse” in concorso, affermando di non riuscire a «separare l’uomo dalla sua arte» perché in essa «emergono aspetti importanti del lavoro nell’uomo». Se da un lato le parole di Matel – che ha dichiarato che le sarebbe stato difficile assistere alla proiezione di gala, in quanto molto attiva per i diritti delle donne in Argentina – sembrano arrivare fuori tempo massimo, soprattutto da parte di qualcuno che ha accettato da tempo di ricoprire il ruolo di Presidente di Giuria, dall’altra riaccendono la riflessione sul rapporto tra etica e arte. 

Alla conferenza stampa di “J’accuse”, tuttavia, si è preferito cercare di disinnescare altre possibili polemiche, puntando l’attenzione esclusivamente sul film che, secondo Barbareschi, «racconta una storia di un’attualità sconcertante». Presenti all’incontro con la stampa, anche i produttori Alain Goldman e Paolo Del Brocco, il compositore Alexandre Desplat, gli interpreti Jean Dujardin (Georges Picquart), Loius Garrel (Alfred Dreyfus) e Emmanuelle Seigner

L’affare Dreyfus

“J’accuse” riporta sul grande schermo l’affare Dreyfus, il maggior conflitto politico e sociale francese del diciannovesimo secolo, scoppiato in seguito della falsa accusa e la conseguente condanna per tradimento del capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus. Una storia in cui si intrecciano l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo.   

«Un progetto che abbiamo coltivato per anni» ha raccontato il produttore Alain Goldman, «ma iniziato solo nel 2018, quando Roman mi ha fatto leggere la sceneggiatura».

Si tratta di un capitolo fondamentale per la storia della Francia, ma che oggi sembra conosciuto  solo a livello scolastico. Proprio per sottolineare l’importanza del tema trattato, Jean Dujardin ha dichiarato «Ho affrontato questo film senza mai dimenticare che la vera star era lo stesso caso Dreyfus. Mi sono messo totalmente al servizio di questa sceneggiatura». 

Emmanuelle Seigner, che ha descritto il film come «un thriller politico più che un film storico», ha rivelato di conoscere la storia come tutti i francesi, ma non nei dettagli. «Non sapevo dell’esistenza del Colonnello Picquart e questa figura che mi ha affascinato». 

«In “J’accuse” nulla è romanzato» ha detto Loius Garrel. «È raccontato tutto nei più piccoli dettagli. Un giorno sul set Polanski mi ha persino presentato la pronipote di Alfred Dreyfus, che mi ha raccontato dell’inferno infinito vissuto in seguito dai figli di Dreyfus, deportati durante la Seconda Guerra Mondiale». 

Cinema per combattere l’ignoranza

E proprio la questione dell’antisemitismo dell’Europa del diciannovesimo secolo, di forte attualità anche oggi, è sicuramente uno dei punti su cui si concentra il film di Polanski. Per Alain Goldman «il cinema più essere uno strumento per combattere l’ignoranza. Il caso Dreyfus si può considerare quasi un presagio di quello che è accaduto dopo, in particolare l’Olocausto. Film di grande importanza come questi che possano fare riflettere i nostri figli e far vedere che nulla è perduto. Il colonnello Picquart dà speranza alla generazione futura. Ci sono degli uomini eccezionali grazie ai quali i destini cambiano».

Goldman ha poi raccontato che “J’accuse” ha dovuto affrontare moltissime difficoltà produttive, me che «a volte più è difficile, più si ha voglia di arrivare». All’inizio avevano pensato persino di girare il film in inglese, per renderlo fruibile ad un pubblico più vasto, ma la scelta del francese si è poi rivelata quella vincente. «Questo è certamente un racconto universale, ma è prima di tutto una storia francese».

Polanski e gli attori

Durante l’incontro, gli attori hanno anche parlato del loro rapporto professionale con Roman Polanski sul set. Emmanuelle Seigner, che è anche la moglie del regista, lo ha descritto come «molto preciso, capace di lasciare estrema libertà agli attori». 

«È esigente e ti fa quasi comporre la scena insieme a lui» ha detto Jean Dujardin. «Non è semplice girare con Polanski, anche per gli attori più navigati. Pretende molto, non te la fa passare liscia, può essere molto duro. Ma permette sempre di prendersi il proprio tempo. È come la voce di uno sciamano che ti guida. È così si fanno dei grandi film». 

Alexandre Desplat, infine, ha rivelato qualcosa di inaspettato del modo in cui ha lavorato sulla colonna sonora di “J’accuse”: «Quando ho letto il copione,  ho pensato che ci sarebbe stata grande musica consolatoria, ma il film stesso, piano piano, ha rifiutato il tipo di musica a cui avevo pensato. Non voleva le esplosioni orchestrali, ma una composizione che potesse trasmettere la tragedia di Dreyfus, rappresentare le ferite del suo corpo e della sua anima, la sua tragedia umana nell’affrontare questa macchina infernale».

Foto: La Biennale

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