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  • Venezia 76 — J’accuse (L’ufficiale e la spia)

    Diretto da Roman Polanski

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L’attesa per l’ultima opera di Roman Polanski, semmai ve ne fosse bisogno, è stata rinfocolata nei giorni scorsi dalle polemiche successive alle dichiarazioni nella conferenza stampa di presentazione della Presidente di Giuria Lucrecia Martel, che aveva apertamente manifestato il suo disagio nel trovare il regista polacco all’interno della Selezione Ufficiale. La miglior risposta al chiacchiericcio è, naturalmente, “J’accuse (L’ufficiale e la spia)”, ritorno di Polanski al dramma storico d’impianto classico, che fa dell’economia di messa in scena e della chiarezza espositiva le principali frecce al proprio arco. Una storia esemplare, che prefigura la barbarie e l’impenetrabile oscurità che opprimerà l’Europa tutta di lì a un ventennio, un caso di conclamato e rivendicato antisemitismo (di Stato) nella Francia di fine Ottocento/inizio Novecento, noto ai più come “affaire Dreyfus”.

Nel 1895 l’ufficiale francese George Picquart (Jean Dujardin), dopo essere stato nominato a capo della sezione di intelligence dell’esercito francese, scopre che sono state falsificate delle prove per condannare Alfred Dreyfus (Louis Garrel), uno dei pochi ebrei nell’esercito francese, accusato di passare segreti militari all’Impero tedesco. Picquart rischia la sua carriera e la sua vita, lottando per un decennio per dimostrare la verità e liberare Dreyfus, erroneamente condannato alla prigionia nell’Isola del Diavolo.

L’amoralità del potere contrapposta al senso di giustizia, l’ingranaggio che non accetta la brutalità del sistema e salvaguarda la propria onorabilità fino alle estreme conseguenze, un (tragico) episodio della Storia che prefigura il futuro ancorandosi al peggior passato: il film di Polanski, pur non discostandosi dalla “verità” dei fatti dell’epoca, vola metaforicamente altissimo, ed è quasi inevitabile riconoscervi (anche se il regista non ammicca alla sua storia personale in nessun modo conclamato, se non sul piano ideale) il percorso personale del suo autore.

Film storico strutturato come un (legal) thriller incalzante, “J’accuse” riafferma il potere della parola scritta, a partire dal pamphlet con lo stesso titolo di Émile Zola che impresse una svolta decisiva, soprattutto per l’influenza che ebbe sull’opinione pubblica dell’epoca, francese e non. Un’opera che non ha bisogno di accelerare il ritmo, che, grazie alla sopraffina capacità di narratore di Polanski, può ambire a diventare il testo definitivo sull’argomento. Tante facce azzeccate, prese dalla Comédie-Française, e un pugno di protagonisti di livello. Dujardin/Picquart non può che richiamare nella nostra memoria il kubrickiano colonnello Dax di “Orizzonti di gloria” (splendidamente interpretato da Kirk Douglas) che agiva pochi anni dopo questi eventi, indossava la stessa divisa e combatteva contro le stesse istituzioni; Garrel tratteggia un Dreyfus che si erge a simbolo, tralasciando la sua umanità per sottolinearne la dignità, il corpo sempre più martoriato e, perché no, la boria e la scarsa simpatia.

Nell’ampio e concitato finale l’opera prende definitivamente il volo, infilando una sequenza magistrale dopo l’altra, a tirare le fila e insieme ad elevare ancor più, metaforicamente e simbolicamente, il discorso. Bando ai rapporti personali, la giustizia può e deve muoversi al di sopra degli uomini e delle istituzioni, mentre il potere, anche quando ritratta, cerca di cadere sempre in piedi. Polanski (come Dreyfus) non si accontenta mai: ha finalmente realizzato un progetto a lungo inseguito (grazie anche, è bene sottolinearlo, all’impegno di Rai Cinema e del produttore/attore Luca Barbareschi), ha ricevuto attestati di stima infinita da ogni membro di troupe e cast, ha inserito un altro tassello importante in una delle filmografie più prestigiose dell’intera storia della Settima Arte.

Non sarà un premio in più o in meno a togliergli un grammo di tutto questo, con buona pace di Lucrecia Martel …

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