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  • Venezia 76 — Joker

    Diretto da Todd Phillips

    Data di uscita: 03-10-2019

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«I personaggi dei fumetti presentano la versione moderna degli eroi mitologici e folkloristici. Essi incarnano a tal punto l’ideale di gran parte della società che gli eventuali ritocchi alla loro condotta provocano vere crisi nei lettori». (Mircea Eliade, Mito e realtà, 1966). È un’affermazione che mi ha sempre colpito, perché negli anni ne ho sperimentato io stessa, più volte, la validità.

Il “Joker” di Todd Phillips visto in concorso a Venezia 76, in questo senso, non fa eccezione. Che si trattasse di una storia originale senza legami con nessuno degli albi pubblicati fino a ora, lo si sapeva da tempo. Phillips sembrava quasi aver messo le mani avanti, affermando che non sarebbe stata una storia di Joker, ma «una storia su come diventare Joker» , facendo nascere il sospetto che il collegamento all’iconico supervillain di Batman fosse quasi accessorio. Un pretesto per sfruttare il grande successo dei cinecomic degli ultimi tempi, un’invitante confezione e nulla più. 

Inoltre, questo sembrava un film pronto a stravolgere l’intera natura del personaggio della DC, cambiarne nome, origini, aspetto. Spogliarlo del vestito viola e verde. Quasi un sacrilegio, per gli appassionati. Cosa dicevamo all’inizio? «Vere crisi nei lettori».

I cambiamenti non piacciono a nessuno, certo, ed è nella nostra natura rifiutarli a pelle, soprattutto quando riguardano un personaggio di grande impatto culturale come quel super criminale vestito da pagliaccio creato da Bob Kane e Bill Finger negli anni ‘40 per Detective Comics.

Ma quel Joker non è mai rimasto lo stesso. Quel Joker, il fu Cappuccio Rosso che finisce nella vasca di reagenti chimici, non è certo l’edulcorato e kitsch cattivo degli anni ‘60 o il Jack Napier di Tim Burton. Non è lo psicopatico di The Killing Joke o de L’uomo che ride. Non è nemmeno il Joker tormentato di Christopher Nolan, specchio dell’oscurità anarchica insita nel personaggio di Batman.

Eppure, allo stesso tempo, per una sorta di “prodigioso” sincretismo del mito in cui tutte le diverse tradizioni sono ugualmente valide, mentre continuano a evolvere con i tempi e a cambiare di significatività, si tratta sempre dello stesso Joker. Un criminale folle, senza una vera e propria agenda, ma determinato a seminare il caos e pronto, via via, a indossare diverse maschere e assumere nuovi nomi. 

E ora, il suo nuovo nome è Arthur Fleck, la sua nuova faccia è quella di Joaquin Phoenix e la sua nuova risata affonda le sue radici nel puro disagio. Todd Phillips, insieme a Joaquin Phoenix, con il suo straordinario lavoro sulla mimica, sul corpo e sulla voce, hanno distrutto e ricostruito il personaggio del Joker.

“Se proprio devo avere un passato, preferisco avere più opzioni possibili”, diceva Joker in The Killing Joke di Alan Moore. Beh, questa nuova incarnazione prende l’affermazione alla lettera, ambientando la sua origin story negli anni ‘70, in una Gotham che sembra molto più simile alla New York di “Taxi Driver” che alla città gotica a cui siamo abituati, in cui le classi più povere vengono lasciate a loro stesse, spremute e abbandonate nelle periferie degradate da un sistema che privilegia sempre quelle più abbienti. Di cui, il massimo esponente e prossimo a ricoprire la carica di sindaco è il magnate Thomas Wayne (Brett Cullen), padre di Bruce (Dante Pereira-Olson). 

Arthur Fleck è il frutto di questa società. Disadattato, mentalmente instabile, incapace di stringere legami ed esprimere emozioni, se non attraverso una risata incontrollabile e isterica, vive con la madre (Frances Conroy), è attratto dalla vicina Sophie Dumond (Zazie Beetz) e sogna di fare lo stand-up comedian, come il suo idolo Murray Franklin (Robert De Niro). Arthur, invece, lavora come clown in strada. Regge i cartelli dei negozi e spesso viene pestato da altri che, in fondo, sono esattamente come lui, dimenticati dal sistema. 

L’insana e maniacale parabola che porta Arthur a trasformarsi in un personaggio alla ricerca, malgrado tutto, di connessioni umane in un criminale schizofrenico e efferato di nome Joker è costruita con coerenza ed equilibrio, anche quando include gli elementi canonici della mitologia di Batman. È un dramma sociale che punta sul realismo, parlando di disuguaglianza e malattia mentale, quello scritto da Todd Phillips e Scott Silver, ma è allo stesso tempo un film che affonda profondamente le proprie radici nella tradizione legata al personaggio. Se Arthur Fleck non fosse diventato Joker, la sua storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sull’immaginario popolare. 

Phillips e Phoenix, con un lavoro congiunto, riescono a portare sullo schermo uno interessante personaggio tragico per il quale non si può provare una certa empatia, ma senza renderlo un eroe o un anti-eroe. Diventa invece, l’incarnazione di una deriva incredibilmente attuale. Un violento criminale senza speranza o morale frutto di una società altrettanto efferata, machista, basata sull’immagine del “vincente che si è fatto da solo” e che ha emarginato le classi sociali bisognose di sussistenza (le stesse di cui, in fondo, parla Us di Jordan Peele) . E per tutto il film, questa non sembra mai una giustificazione al comportamento di Fleck, solo un dato di fatto. 

Così, grazie anche al lavoro curatissimo fatto da Hildur Guðnadóttir (conosciuta per aver collaborato con Jóhann Jóhannsson) sulla colonna sonora, che accompagna noi e Fleck in questo viaggio nella sua testa, Todd Phillips vince la sua scommessa nel creare un film di genere supereroistico attuale, narrativamente solido e ancorato strettamente al reale. Tutto questo, senza comunque rinnegare la “dimensione del fumetto”.

A questo proposito, c’è una cosa in particolare che mi ha molto colpito, della conferenza stampa di Joker. Joaquin Phoenix ha detto di aver voluto lavorare con la massima libertà sul suo Joker, cercando di ricreare una personalità non reale, che non potesse essere identificata da uno psichiatra. È un piccolo dettaglio, ma riporta silenziosamente e in modo armonico  il film nella dimensione “fantastica” originale.

Lontano dall’essere un film perfetto, perché caratterizzato da un certo didascalismo nel sottolineare una metafora sociale costruita in maniera piuttosto semplicistica, “Joker” è comunque un’opera estremamente interessante da parecchi punti di vista.

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