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  • Venezia 76 — La mafia non è più quella di una volta

    Diretto da Franco Maresco

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Franco Maresco ce l’ha fatta ancora una volta. A dare un seguito a “Belluscone – Una storia siciliana”  (con cui vinse il Premio della Giuria qui a Venezia nella sezione Orizzonti nel 2014), a portare a termine un progetto avventuroso e pericoloso, ad essere incredibilmente selezionato per il Concorso ufficiale a Venezia 76, a portare a casa un altro Premio della Giuria, la menzione speciale. Qui al Lido non si è fatto vedere, ma questa non è una sorpresa. Il più grande outsider del cinema italiano, lasciato da anni al mainstream l’ex sodale Daniele Ciprì, si è definitivamente rinchiuso nella sua Palermo, e da lì scruta i cambiamenti di un mondo apparentemente immutabile, che continuano a non piacergli per nulla. Ancora più cupo e pessimistico del precedente, “La mafia non è più quella di una volta” si concede una squarcio di luce incarnato, un controcanto, nello sguardo della fotografa Letizia Battaglia, testimone della violenza mafiosa da sempre (sua la famosa foto che ritrae il cadavere, in macchina, di Piersanti Mattarella, fratello del Presidente della Repubblica), disillusa ma incapace d’arrendersi. Il duello/duetto verbale tra il cineasta palermitano e la Battaglia è il punto focale dell’opera: davvero non c’è più alcuna speranza, davvero il popolo palermitano è assuefatto e perduto, o vale ancora la pena combattere?

Nel 2017, in occasione del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci e di via D’Amelio, Franco Maresco si interroga su quanto degli ideali di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sia rimasto nell’Italia odierna, specie in Sicilia, e sul rapporto della sua popolazione con la mafia. A tal proposito, discute, appunto, con la fotografa di mafia Letizia Battaglia, amareggiata dalle manipolazioni delle commemorazioni di Falcone e Borsellino da parte della classe politica italiana. Maresco finisce per ritrovare anche Ciccio Mira, l’immarcescibile organizzatore di concerti neomelodici che nel 2013 era stato protagonista di “Belluscone”: Mira sembra però molto cambiato rispetto al fervente difensore di mafiosi che era, e sta dando fondo alle sue finanze pur di organizzare un improbabile concerto neomelodico in onore di Falcone e Borsellino nel quartiere ZEN di Palermo. Tuttavia, i suoi discorsi continuano a tradire una certa nostalgia per la “mafia di una volta”…

“Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è una delle letture favorite di Maresco , per sua stessa ammissione, e quel marmoreo “cambiare tutto per non cambiare niente” pare davvero la linea guida di questo nuovo lavoro. Anche per quanto riguarda l’approccio stilistico: c’è ancora Ciccio Mira in bianco e nero, il suo freak show di “artisti” e performer, l’omertà proposta come caratteristica endemica (esilarante un riferimento di Mira al Nessuno di omeriana memoria), ma il cambiamento si percepisce. Allo svuotamento di senso delle manifestazioni commemorative per i due giudici, ormai ridotte ad una sorta di carnevale civile dove Borsellino e Falcone sono “scomparsi” e non più ammazzati, si accompagna il continuo rinnegarli del popolo palermitano, che vede le due figure come ingombranti moniti da rimuovere con un’alzata di spalle.

Tutto vero, tutto falso: impossibile tracciare una netta linea di demarcazione tra la finzione e la realtà, tra il documentario e il “live action”. Maresco ripropone i grandi modelli dello spettacolo popolare (questa volta non Franco e Ciccio, ma Totò e Peppino nelle dinamiche tra Mira e il suo finanziatore Mannino), li contrappone al gusto contemporaneo e traccia schizzi di sardonica e crudele satira, che non fa prigionieri e non risparmia nessuno, in alto e in basso. Conscio di star realizzando un film funereo e senza speranza, ha la geniale idea d’inserire un contradditorio, di farsi insultare in campo dalla fotografa per il suo disfattismo, di mettere in piedi spassosi duetti, che di spassoso hanno spesso solo il linguaggio e il turpiloquio.

Si ride (molto), e ci si vergogna della propria risata una volta liberata, l’umana “pietas” nei confronti di un’umanità messa alla berlina è stemperata dalle riflessioni che i continui cortocircuiti innescano nella testa dello spettatore: niente di nuovo se si conosce il regista e i suoi precedenti lavori, il neofita invece potrebbe incontrare delle difficoltà nello scindere ed analizzare i vari livelli. Ma è un film da consigliare anche al neofita, perché è sempre più rara la problematizzazione artistica di eventi e figure date ormai per scontate, incluse in una bacheca della memoria ormai sterile.

In conclusione, è ancora una volta importante andare a vedere “La mafia non è più quella di una volta”, e IN SALA, per conquistarci nuovi spazi di riflessione e per dare un segnale alle distribuzioni nostrane. Perdonate a Maresco anche il riferimento alla famiglia Mattarella, il punto più irrisolto (ma con un aneddoto “animato” che, da solo, vale il prezzo del biglietto) del suo lavoro, troncato in corso d’opera per non incorrere in tribunali e censure. Possiamo ribadire, senza tema di smentita, che al cinema non vedrete niente di simile, per molto tempo ancora…

 

 

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