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Venezia 76 — Leone d’oro a Joker, commenti e bilancio

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E alla fine è successo: il primo cinecomic in Concorso in un festival importante è anche il primo a vincere il Leone d’Oro. Parliamo naturalmente di “Joker” di Todd Phillips, “origin story” (o forse no?) del villain più iconico nel mondo fumettistico di Batman, l’avversario numero uno (e quant’era esilarante quel cavaliere oscuro che lo negava continuamente nel fondamentale “Lego Movie”?), quello a cui Burton legava la fondazione del personaggio, un doppio speculare.

La magnetica interpretazione di Joaquin Phoenix ha di sicuro spinto questo omaggio al cinema di Martin Scorsese e in generale alla New Hollywood Seventies oltre il recinto che le sarebbe spettato di diritto, quello del mainstream “di qualità”, per proiettarsi da protagonista nella stagione dei premi prossima ventura. È un percorso già compiuto dagli ultimi due Leoni (“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro “Roma” di Alfonso Cuarón) e rappresenta, ormai, una precisa direzione negli intenti artistico/culturali della Mostra. Dopo la vittoria di “The Woman who Left”  di Lav Diaz nel 2016, scandalosamente mai uscito in sala in Italia, si è deciso di conferire sostanza popolare e visibilità al film vincitore. Escludiamo forse la libera scelta delle giurie, di anno in anno, senza condizionamenti? No di certo, ma crediamo anche che un Direttore di Mostra, più che indicare a chi giudica il vincitore, possa far capire dove ricadano le proprie preferenze. Nessuna accusa ad Alberto Barbera, al penultimo anno del suo secondo mandato, che anzi ha dovuto navigare in acque limacciose per la gran parte delle due settimane scarse di durata della manifestazione, uscendone, visto il palmarès, da vincitore assoluto.

Attaccato sul fronte della scarsa rappresentanza femminile in Selezione Ufficiale, travolto dalla polemica montata dalla Presidente di Giuria Lucrecia Martel contro Roman Polanski (polemica che ha subito diviso gli accreditati qui al Lido in opposte fazioni), Barbera ha saputo lavorare di diplomazia: forse le più celebri testate statunitensi non chiederanno a gran voce la sua testa pur di tornare qui nei prossimi anni, come ad un certo punto era parso. Penultimo anno di Barbera, ultimo del Presidente della Biennale Paolo Baratta: i tempi stanno comunque per cambiare, chissà se in meglio.

Ma torniamo ai Premi, e a quello che è successo al di sotto del ciclone Joker. Il Gran Premio della Giuria (che, ricordiamo, era composta anche dai registi Paolo Virzì, Shinya Tsukamoto e Mary Harron, dopo la rinuncia di Jennifer Kent per motivi ancora nebulosi, dal critico e storico Piers Handling, dal direttore della fotografia Rodrigo Prieto e dall’attrice Stacy Martin) è andato proprio a Polanski e al suo “J’accuse – L’ufficiale e la spia”limpido esempio di cinema storico/civile, di ricostruzione e di narrazione, un compendio delle capacità del suo autore. Al di là dei (passati) fatti di cronaca di cui potete cercare a parte, dopo i quali il Nostro ha prodotto decine di opere trionfando anche agli Oscar, sarebbe stato davvero difficile spiegare un mancato premio senza l’ammissione di non riuscire “a dividere l’uomo dall’artista”. Onore alla Giuria e alla Martel dunque, che hanno giudicato i film e basta (come il giurato Virzì si è prodigato ad assicurare nella conferenza stampa di chiusura).

Meno spiegabile, se non per un compromesso (magari proprio legato al nome di Polanski), il premio per la miglior regia a Roy Andersson per “About Endlessness”, operina minore del vincitore del Leone d’Oro 2014. Asciugata ancora di più la sua idea di messa in scena, Andersson compone quadretti di sagace umorismo, compone un elogio alla laicità sotto traccia, ma non cambia di una virgola l’impianto visivo rispetto ai suoi film precedenti. Abbiamo un dubbio: non è che per qualche membro della Giuria si trattava della prima esperienza con il cinema di Roy? Allora si spiegherebbe tutto, l’impatto, prima di capire che si ripete di film in film, è sempre devastante. Speriamo non si tratti di una sorta di riconoscimento alla carriera, siamo sempre contrari ai premi celebrativi che non considerano il caso specifico.

Storie diverse per i due attori insigniti della Coppa Volpi. Una volta levato di mezzo Phoenix grazie al Leone per “Joker”, la scelta di Luca Marinelli è apparsa quasi scontata. Riconoscimento alla bravura dell’attore, all’Italia e al “Martin Eden” di Pietro Marcello, a cui auguriamo gran fortuna in sala in questi giorni. Un film ambizioso e, a tratti, scombinato, che arriva più al cuore che al cervello dello spettatore, e il merito è in gran parte dell’attore romano. Nel cast corale di “Gloria mundi” di Robert Guédiguian non c’era molto spazio per un riconoscimento al singolo, e invece Ariane Ascaride, musa e compagna del regista marsigliese, si è portata il premio a casa. Una cosa ha accomunato i due attori, nelle dediche e nei ringraziamenti dal palco: il riferimento ai migranti e chi salva le vite in mare. Una degna chiusura del cerchio per due ruoli molto “politici”, chapeau a entrambi.

Chiudiamo con i due premi più “strani” e inattesi, a cominciare dall’Osella per la miglior sceneggiatura assegnata a Yonfan per “No. 7 Cherry Lane”. Un film d’animazione da molti criticato, quasi deriso, che conteneva al suo interno alcuni dei momenti più sanamente folli della Selezione. Simone Signoret, Michelangelo Antonioni, Mike Nichols, Mao Tse-Tung, soprattutto Marcel Proust, un pantheon eterogeneo di numi tutelari per un’opera che è più messa in scena che scrittura: come spesso accade, un premio tecnico che diventa a tutti gli effetti una menzione speciale.

Menzione speciale che si è invece guadagnato Franco Maresco per il suo “La mafia non è più quella di una volta”, Premio della Giuria. Avevamo forti dubbi sul fatto che il film potesse essere compreso appieno, una volta varcate le Alpi. Magari non è accaduto, ma la Giuria si è comunque accorta della ricercatezza linguistico/stilistica, del suo essere un film “dialettico” che tenta di sabotarsi da solo, del suo mettere in scena un’inestricabile dicotomia vero-falso impossibile da disvelare appieno. Viste le polemiche che hanno preceduto il passaggio in Concorso, come ultimo della Selezione, una vittoria su tutti i fronti, che ripaga parzialmente Maresco dell’ostracismo subìto per tutta una vita.

Chiudiamo il cerchio, e torniamo all’inizio. Il Leone d’Oro è andato ad un film molto bello, che però non ha alcun bisogno del marchio doc per compiere il suo percorso. Non sarebbe stato meglio premiarlo comunque, ma insignire del Leone un film con vita al botteghino più grama? Così da compiere opera di emersione dal sommerso, che è quello che una Mostra di cinema posta all’interno della Biennale Arte dovrebbe fare? Non ci sono posizioni certe e nette sulla materia, ma di sicuro è sempre meglio che vinca un bel film: di Leoni d’autore sbagliati (ogni riferimento a “Da vicino” di Lorenzo Vigas NON è casuale) non vogliamo vederne più.

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