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  • Venezia 76 — Marriage Story

    Diretto da Noah Baumbach

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Sta crescendo Noah Baumbach, anagraficamente e come autore. Non è per forza un bene, le ambizioni sono maggiori e probabilmente non vedremo più, a sua firma, deliziosi piccoli cult generazionali come “Frances Ha” e “Giovani si diventa”. Ma non è nemmeno un male, perché il passo alleniano del regista di Brooklyn acquista forma e sostanza cinematografica, e gli ultimi due film, sotto l’ala distributiva Netflix, ne certificano il rinnovato status. Dopo “The Meyerowitz Stories” tre anni fa a Cannes, arriva in Concorso a Venezia 76 “Marriage Story”, cronaca di un matrimonio in progressivo disfacimento e palestra attoriale per un pugno d’interpreti in stato di grazia (Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern e Ray Liotta) diretti con mano sicura e felice da Baumbach che, o almeno è questa l’impressione, lascia spazio all’improvvisazione in più punti, quelli giusti.

Una coppia decide di divorziare. In tribunale lo scontro diventerà pian piano sempre più aggressivo, anche per via dei legali che rappresentano i due coniugi. Un ritratto di un matrimonio che va in pezzi e di una famiglia che resta unita. Charlie e Nicole un tempo erano una coppia invidiata da tutti ma il peso di crescenti risentimenti e bisogni divergenti porta i due a scegliere la separazione.

Vengono subito in mente le “Scene da un matrimonio” bergmaniane, anche al regista naturalmente, che ci scherza su con una deliziosa citazione. E di bergmaniano nel film c’è anche altro: la sopraffina direzione attoriale (c’è davvero la sensazione di trovarsi davanti a una compagnia teatrale, che conosce a menadito il testo), la capacità di strappare il cuore allo spettatore con un monologo, un primo piano … Baumbach riesce comunque ad inserire robuste dosi di umorismo, ad alleggerire i toni in più punti, a rendere il film un flusso unico, una progressione emotiva incalzante e senza pause.

Svettano su tutti, naturalmente, i due protagonisti. Il Charlie di Adam Driver (alla quarta collaborazione col regista che, in pratica, lo ha scoperto) e la Nicole di Scarlett Johansson ci vengono immediatamente presentati, con pochi tratti di penna, in un superbo incipit, e poi i due interpreti ampliano a dismisura la dimensione emotiva e umana dei loro corrispettivi che, dopo 136 minuti, ci sembrano davvero dei vecchi amici di cui conosciamo tutto, pregi e (soprattutto) difetti. New York e Los Angeles, le due anime culturali degli Usa, incarnate.

Il cast di contorno è scelto con la stessa perizia, e i momenti da ricordare sono davvero tanti (un monologo dell’avvocato Laura Dern è da applausi, e in proiezione stampa qui a Venezia li ha ricevuti davvero). Non è comunque un’opera solo di scrittura, Baumbach sfodera una regia “invisibile” nel senso migliore del termine per larghi tratti, per poi piazzare colpi ben assestati: un lunghissimo piano sequenza con la Johansson che parte seduta su un divano e poi si muove febbrilmente per la stanza, un cancello che si chiude, realmente e metaforicamente, tra i due, una splendida dissolvenza che invece li unisce a distanza, come ne “L’atalante” di Vigo.

Paragoni impegnativi, ma non sprecati. Perché il voto non è ancora più alto, allora? Perché l’impressione è che il viaggio sia bellissimo, ma perda molto ad una seconda visione. Un’esperienza unica, in sala o sul Pc (pare che Netflix conceda la sala anche in Italia), che consigliamo davvero a tutti. Una coppa Volpi ai due protagonisti non sarebbe assolutamente sbagliata, ma siamo ancora all’inizio …

 

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