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  • Venezia 76 — Nabarvené ptáče (The Painted Bird)

    Diretto da Václav Marhoul

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Arriva puntualmente anche quest’anno, come il Natale, come la dichiarazione dei redditi, il film inguardabile del Concorso della Mostra del Cinema di Venezia. A volte, in tutti i grandi festival, ve n’è più d’uno, quindi (almeno per il momento) possiamo ritenerci fortunati. Parliamo di “The Painted Bird”, trasposizione su schermo dell’omonimo romanzo di Jerzy Kosinski, diretto dal sessantenne ceco Václav Marhoul, alla terza prova dietro la macchina da presa. Dopo aver visto questo film, diciamo che la voglia di recuperare le altre due è all’altezza dei Paesi Bassi sul livello del mare.

Il film ripercorre il viaggio del Ragazzo (Petr Kotlár), affidato dai genitori perseguitati a un’anziana madre adottiva. Presto, però, la donna viene a mancare e il Ragazzo rimane solo a vagare per le campagne e a spostarsi tra villaggi e fattorie. Nella sua lotta per la sopravvivenza, il Ragazzo è esposto all’atroce brutalità messa in atto dai superstiziosi contadini locali e assiste alla violenza inaudita dei soldati russi e tedeschi, efficienti e spietati.

Violenza INAUDITA. Il film è un campionario di sequenze di bassa macelleria, messe in scena senza distacco, sbattute in faccia allo spettatore una dopo l’altra, con compiaciuto e sadico furore. Il Ragazzo, che non ha nome se non nella sequenza finale, cade nell’inferno più cupo, si ritrova solo e senza casa nelle campagne mitteleuropee durante la Seconda guerra mondiale, e ogni tappa del suo viaggio è un ulteriore passo verso le tenebre. Seviziato, picchiato, frustato un’infinità di volte, brutalizzato sessualmente e psicologicamente, legato al guinzaglio come un cane, il tutto messo in scena attraverso una pornografia del dolore aberrante e una cura dell’immagine stridente. Il regista immerge il suo inferno in un bianco e nero estetizzante, curato, impresso sulla pellicola 35mm e risultato di anni di meticolosa preparazione, dall’innegabile bellezza (echi dei più grandi “bianchi e neri” europei degli ultimi anni, Tarr, Reitz, German) che non fa che aumentare il senso di ributtante programmaticità e calcolo nella messa in scena dell’aberrante.

Un kolossal europeo dunque, sfarzoso per ricostruzione e costumi, con un montaggio (di Ludek Hudec) frenetico per il tipo di produzione, attento a tener lontana la noia dello spettatore, lasciando pochi vuoti e inzeppando la corposa narrazione (quasi tre ore di durata) con più eventi possibile. Probabilmente per non urtare la “poca” sensibilità sull’argomento di tanta parte di quel pubblico polacco, ceco, ungherese che è il primo destinatario del prodotto, si mostra di tutto, tranne la scena della sodomia di Julian Sands nei confronti del ragazzino, che avviene dietro una porta chiusa. Ecco, se dal catalogo di nefandezze qualcosa si esclude (mentre la brutalità sessuale di un’assatanata ragazza col grosso seno ben in evidenza è mostrata nei dettagli) la disonestà intelletuale dell’operazione raggiunge vette inimmaginabili.

Abbiamo nominato Sands, apriamo brevemente il capitolo delle comparsate eccellenti (e improbabili): c’è Harvey Keitel con la tonaca, attentissimo a pronunciare bene e lentamente parole in una lingua che non conosce, creando un effetto straniante e involontariamente comico; Barry Pepper è un cecchino sovietico che pare una brava persona, ma poi spara ai ragazzini di un villaggio; Udo Kier (in sala con noi della stampa ieri sera, chi vi scrive ci si è scontrato sulle scalette d’ingresso, “ma stia attent … ah, mister Kier, buonasera”) è un mugnaio animalesco che picchia a sangue qualunque cosa si muova (ma gli piacciono i gattini) e prega durissimo; e, last bur not least, Stellan Skarsgard in scena per trenta secondi, nazista buono e unico, o quasi, personaggio positivo (che aprirebbe delle riflessioni ideologiche che preferiamo evitare, altrimenti non finiamo più).

L’intenzione era quella di rappresentare, durante un periodo di barbarie, la totale desensibilizzazione del popolo verso le atrocità che si susseguono, la chiusura delle piccole comunità a protezione di se stesse, l’abbandono ad una religiosità arcaica e millenaristica, la sostanziale identificazione in “nemico” di ogni esercito di passaggio, dall’una e dall’altra parte del campo. Se però si usa la violenza in questo modo, se alle tenebre non si oppone mai uno squarcio di luce, se tutti, vittime e carnefici, hanno una disumanità pressoché indistinguibile, allora l’operazione è da bocciare, cancellare, sequestrare, bruciare, seviziare, insultare.

Si scherza, non ci abbasseremmo mai a quel livello, ma temiamo che questo sia uno di quei trappoloni ricattatori che, con la Giuria “giusta”, possono anche arrivare a premio. La credibilità della macchina festival tutta, però, ne risulterebbe inevitabilmente delegittimata.

 

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