Home > In Evidenza > Venezia 76 — Om det oändliga (About Endlessness)
  • Venezia 76 — Om det oändliga (About Endlessness)

    Diretto da Roy Andersson

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:
    Vota anche tu

Correlati

Non è di certo con “About Endlessness” che uno spettatore digiuno del suo cinema può far conoscenza con Roy Andersson, in Concorso a Venezia 76. O meglio, può farlo, ma rischia di coglierne soltanto la superficie, perché il nuovo film del regista svedese, vincitore nel 2014 del Leone d’Oro con il precedente “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, è un condensato dello stile della precedente trilogia (che, oltre al “Piccione”, comprende “Canzoni del secondo piano” e “You, the Living”), un’opera bozzettistica, infarcita di sketch solo accennati, visivamente omogenei.

Come in un sogno, siamo guidati dalla gentile voce narrante di una novella Sherazade. Momenti irrilevanti assumono lo stesso significato degli eventi storici: una coppia fluttua su una Colonia devastata dalla guerra; mentre accompagna la figlia a una festa di compleanno, un padre si ferma per allacciarle le scarpe sotto una pioggia battente; ragazze adolescenti ballano all’esterno di un caffè; un esercito sconfitto marcia verso un campo di prigionia; un prete che ha perso fede e vocazione cerca aiuto da uno psicologo, e tanto altro ancora …

L’umorismo caustico è sempre il solito, l’umanità morente deambula per le città senza emozioni, attirata solo dalle atrocità, dai dileggi al prossimo, dalle umiliazioni. Le uniche persone davvero in vita sono quelle capaci di provare ancora empatia, amore, un qualsiasi tipo di trasporto emotivo, anche se quest’ultimo ha il bisogno di essere annegato, in un bar, sul fondo di una bottiglia. È davvero un peccato che il film rimanga così in punta di macchina da presa, che Andersson stesso sembri diventato svogliato, perché, in quei due/tre momenti in cui decide di affondare il colpo, la sua satira è ancora lucida, tagliente, perfettamente calibrata.

L’incipit “ho visto un uomo …” introduce ogni quadro, perché di veri e propri quadri si tratta. Macchina da presa fissa, grande cura fotografica e di messa in scena, e ispirazione da grandi opere della storia dell’arte (nordica o comunque europea). Quello di Andersson è una sorta di tenero pessimismo, caustico e insieme amorevole, consapevole dello stato miserevole dell’essere umano ma pronto a smentirsi, un buio alternato a squarci (metaforici) di luce abbagliante.

Un film in cui si respira un’aria terminale, e la cattiva salute del regista ci fa pensare a una sorta di testamento finale per immagini, un ultimo giro di valzer prima della chiusura. Speriamo non vada così, ma in quest’ottica siamo anche più benevoli verso quest’opera che sembra una raccolta musicale di “B-sides”: i fan approvano e apprezzano, tutti gli altri restano al di fuori. È questo, principalmente, il passo indietro: il “Piccione” aveva trovato una sintesi felice tra autorialità e accessibilità, era stato visto, amato, forse non capito appieno, ma comunque fruito da un numero di spettatori maggiore, anche al di fuori dei confini scandinavi (certo, il marchio Leone d’Oro impresso a fuoco aveva aiutato molto).

Lasciamo proprio ad Andersson le ultime parole, una cosa non abituale, ma che vuole essere un omaggio ad un cineasta che abbiamo molto amato, e che abbiamo visto qui al Lido in preoccupanti condizioni fisiche: “La cornucopia è il mitico corno di una capra, ed è ricolma di simboli di ricchezza e abbondanza. Di solito è rappresentata traboccante di prodotti e di frutta di ogni genere: un’abbondanza generosa che, secondo il mito, non diminuisce mai, perché vera e propria rappresentazione dell’inesauribilità infinita. È stato il mito greco a ispirarmi a unire tutte queste scene, tutti questi temi in uno stesso film. Io voglio sottolineare la bellezza di essere vivi e umani, ma per dimostrarlo ci vuole un contrasto, bisogna rivelare anche il lato peggiore. Questo film è sull’infinità dei segni dell’esistenza”.  Ottima perorazione, convincente, molto più del film.

Pro

Contro

Scroll To Top