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  • Venezia 76 — The Laundromat

    Diretto da Steven Soderbergh

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Per molti di noi, quello della finanza è un argomento complesso, imperscrutabile. Parla una lingua sconosciuta, per la quale fatichiamo a trovare una chiave di lettura. Ma è anche il mondo su cui è stato costruito l’intero sistema in cui viviamo. Sembra starsene lì, nell’iperuranio rispetto al nostro, ma subiamo ogni giorno della nostra vita le conseguenze.

Siamo noi i meek, i “miti”, i comuni cittadini a cui parla “The Laundromat”, il nuovo film di Steven Soderbergh prodotto da Netflix e tratto dal libro inchiesta del giornalista Premio Pulitzer Jake Bernstein sui Panama Papers (“Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite”). 

Iniziamo con un po’ di coordinate: i Panama Papers sono una serie di documenti confidenziali della Mossack-Fonseca (studio legale panamense e quarto più grande fornitore al mondo di servizi finanziari aziendali). Questi contengono informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, molte delle quali create per scopi illegali, tra cui il riciclaggio di denaro sporco. Nel 2016 sono trapelati grazie a un whistleblower anonimo noto come “John Doe”. 

Ma come tradurre un’inchiesta del genere in un film che possa “arrivare” alla più ampia platea possibile?

In “The Laundromat”, sono gli stessi Jürgen Mossack (Gary Oldman) e Ramón Fonseca (Antonio Banderas) ad accompagnarci nel nostro viaggio alla scoperta del mondo delle compagnie offshore, sfondando la quarta parete e raccontandoci di come siamo passati dal baratto tra “banane e mucche” alla nascita dei paradisi fiscali e le società fantasma di copertura (i cosiddetti gusci vuoti) . Soprattutto, rivelandoci una serie di segreti alla base dell’intero sistema. Il primo? The meek are screwed, i “miti” sono fregati

Sì, perché meglio mettere subito in chiaro le cose: “The Laundromat” è una commedia.  Nerissima e intelligente, costituita da diversi episodi apparentemente scollegati tra loro, ma che insieme forniscono un quadro ampio sull’intero sistema corrotto e iniquo. 

A rappresentare la classe media, i meek appunto, c’è Meryl Streep, che presta il volto a Ellen Martin, rimasta vedova dopo un incidente su una barca turistica. Il problema è che la compagnia assicurativa che avrebbe dovuto coprire i costi del risarcimento, con i quali la donna vorrebbe comprare un appartamento affacciato sulla strada in cui ha conosciuto il marito, non esiste. O meglio, esiste, ma fa parte di un’altra società, che fa parte ancora di un’altra, e così via. È un guscio vuoto, come capirà durante la sua ricerca, seguendo il filo rosso che la condurrà alla Mossack-Fonseca. 

Si sa, Steven Soderbergh è un regista discontinuo, ma indubbiamente capace e coinvolgente, abituato a sperimentare con i mezzi e i linguaggi.  Qui mescola diversi registri, dalla commedia surreale al docufilm, rifugiandosi spesso nelle dinamiche per lui familiari del caper movie. Ha senso, se ci pensate, in quando si tratta di una sorta di “film di rapina”. O almeno, l’intento è lo stesso: seguire i soldi, veri o virtuali che siano. Solo che le vittime di questa sorta di “rapina”, sono le stesse a cui il film si rivolge: tutti noi che non abbiamo un consulente di “wealth management”e non facciamo parte di quella minima percentuale di individui che controlla la ricchezza nel mondo.

Con l’aiuto della sceneggiatura brillante di Scott Z. Burns, e tre attori – Oldman, Banderas e soprattutto Streep – giganteschi, il regista riesce a trasformare la sua commedia brillante in una satira sul capitalismo moderno, puntando il dito, senza mezzi termini, verso le politiche economiche degli Stati Uniti. E chi se lo sarebbe aspettato un Soderbergh più o meno triggerato per la rivoluzione (se non conoscete il meme, è qui)!

Certo, si avverte spesso un certo autocompiacimento nella scelta di questa narrazione molto “costruita”, in cui l’importante tematica politica è nascosta dietro la leggerezza dell’intrattenimento e il ritmo frenetico del racconto. Forse, la satira avrebbe potuto essere più feroce e non tutte le diverse storie presentate nel film hanno la stessa forza. Inoltre, il film appare un po’ meno fluido rispetto al “La grande scommessa” di Adam McKay, con cui condivide l’approccio metafilmico.

Tuttavia, come scrivevo all’inizio, se l’intento è sensibilizzare la più ampia fetta di pubblico possibile, la formula di “The Laundromat” mi sembra davvero quella con più possibilità di farlo davvero. 

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