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Un critico, un cinefilo, e di conseguenza un cineasta: Olivier Assayas è uno degli ultimi eredi della stagione della Nouvelle Vague. Formatosi in cineteca, ha contribuito (per fare solo un esempio) alla scoperta critica, in Occidente, del cinema di Hong Kong, e di Tsui Hark in particolare. È poi diventato un regista eclettico, teorico, attento al linguaggio delle immagini e alla loro composizione, abile nel piegare ogni genere cinematografico alle proprie intenzioni, pur rispettandone i topoi e le dinamiche consolidate. Capace di passare con disinvoltura dal dramma metacinematografico (“Sils Maria”), al film di fantasmi (“Personal Shopper”), alla commedia sofisticata di stampo alleniano che riflette sulla comunicazione contemporanea (“Il gioco delle coppie”).

A Venezia 76 presenta in Concorso “Wasp Network, puntuale ricostruzione di reali accadimenti storici, dalle parti (stilisticamente parlando) del suo precedente “Carlos”, ma attento, come si diceva qualche rifa fa, a rispettare i canoni e le dinamiche dello spy-movie.

L’Avana, dicembre 1990. René González, pilota di linea cubano, ruba un aereo e fugge dal Paese, lasciando moglie e figlia. Comincia una nuova vita a Miami, presto raggiunto da altri dissidenti cubani, tutti impegnati nella destabilizzazione del regime di Castro. Basato su una storia vera, dove niente è quello che sembra …

A circa metà del minutaggio, quando appare (con pettinatura improbabile) il sempre bravissimo Gael García Barnal, il film effettua un clamoroso turning point, noto a chi conosce gli eventi reali ma che comunque non vi anticipo. Dopo una prima parte cronachistica, composta da segmenti secchi e serrati, con veloci ellissi temporali, è quello il momento in cui Assayas carica con il potere della finzione gli incontri, gli accordi, i sotterfugi, le vite perigliose di uomini in lotta, per soldi, per la patria o per un ideale. Le motivazioni dei personaggi cambiano, tutto quello che abbiamo visto va ripensato e riprocessato.

Nel magma purulento degli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione Sovietica e alla fine (apparente) della Guerra fredda, la Cuba di Castro fronteggia l’intelligence americana e gli attacchi dei terroristi anticastristi, inviando e infiltrando a sua volta agenti sotto copertura in Florida. Mentre la Storia avviluppa il destino di questi uomini e donne, Assayas ci mostra anche i controcampi privati, le famiglie, i bambini, le vite distrutte da un blitz dell’FBI o rinate grazie a un ricongiungimento.

Tante facce, tutte giuste (Edgar RamìrezPenélope Cruz e la bellissima Ana de Armas su tutti), a ricostruire un complesso ordito di trame e sottotrame, che il regista francese conduce con perizia, tenendo sempre i fili della narrazione sotto ferreo controllo. Una raffinata esibizione di stile, un film politico, uno spy movie con tocchi gangster, dal ritmo serrato e senza una pausa. Si può davvero volere qualcosa di più?

Se non v’interessa la storia del Novecento potreste trovarlo poco appassionante, ma sarebbe esclusivamente un vostro problema. Due leader politici compaiono in video: ascoltate quello che dicono Bill Clinton e Fidel Castro, e capirete dove il film si posiziona ideologicamente. Non in maniera manichea, ma netta e decisa: ha senso che la nazione più spiona del globo condanni per spionaggio gli agenti di quella più spiata del globo? Che gli Usa tollerino attentati terroristici contro civili a L’Havana, traffici di droga e mille altre nefandezze per puro tornaconto? No, non lo è, e Assayas lo dice senza giri di parole, regalandoci l’ennesimo, magnifico capitolo della sua splendente filmografia.

 

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