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  • Venezia 77 – Dear Comrades!

    Diretto da Andrei Konchalovsky

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Con la ricostruzione di un episodio oscuro della storia (ex)sovietica, secretato per anni e venuto alla luce solo alla fine degli anni Ottanta, con la galoppante dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste, Andrej Konchalovskij torna ancora una volta in Concorso a Venezia, a quattro anni da “Paradise”, alla veneranda età di ottantatre anni e dopo una (pessima) puntata in Italia con “Il peccato – Il furore di Michelangelo”, sbilanciato biopic sul grande artista toscano. Immerso in un bianco e nero (opera del fido Andrej Naidenov) volto a ricostruire l’atmosfera, più che il realismo, d’epoca, “Dear Comrades!” scava in profondità nella psiche di tre generazioni di russi, concentrandosi su quella uscita dal devastante secondo conflitto mondiale, alle prese con una progressiva erosione della fiducia negli ideali rivoluzionari. Dopo il periodo stalinista, la successione affidata negli anni Sessanta a Nikita Kruscev, tornato “solo” segretario del Pcus dopo la dittatura, apre un periodo complesso da decrittare per storici e semplici cittadini, che negli anni precedenti avevano smesso d’interrogarsi, per la maggior parte, sulla liceità di alcune scelte governative abbandonandosi al manicheismo semplicistico dei buoni contro i cattivi. Citiamo proprio Kruscev in merito: “Ci interessa sapere come il culto della persona di Stalin sia andato continuamente crescendo e sia divenuto, a un dato momento, fonte di tutta una serie di gravissime deviazioni dai principi del partito, dalla democrazia del partito e dalla legalità rivoluzionaria”. Il film racconta uno dei primi veri momenti di “stress test” del processo di destalinizzazione della società sovietica.

URSS, Novocherkassk, 1962. Lyudmila (Julia Vysotskaya) è un membro del partito comunista locale, una convinta militante che nutre un’incrollabile fiducia negli ideali comunisti e un profondo disprezzo per ogni forma di dissidenza. Durante una manifestazione operaia in una fabbrica di locomotive, la donna assiste a una sparatoria sui dimostranti ordinata dal governo per reprimere lo sciopero: un evento che cambierà per sempre la sua visione del mondo. Molti i feriti e numerosi i dispersi, la città è sconvolta dagli arresti, da condanne sommarie e dal coprifuoco. E in quei giorni la figlia di Lyudmila (Yulia Burova) scompare nel nulla. Per la donna inizia così un’affannosa, quanto rischiosa, ricerca senza sosta e senza quartiere, a dispetto del blocco della città, degli arresti e dei tentativi di insabbiamento da parte delle autorità.

Siamo sempre lì, all’acme di ogni dramma umano coincidente con un sommovimento politico e/o sociale: lo scontro tra interesse collettivo e interessi personali, e cosa si è disposti a fare in nome dei secondi senza tradire il primo. Anche altri film di questo Concorso (“Quo Vadis, Aida?”) rimettono la scena la Storia attraverso l’inevitabile (affinché l’empatia dello spettatore sia ben indirizzata) punto di vista del singolo travolto dagli eventi. Qui il maestro russo compie un’operazione decisamente più raffinata, prendendo un intero nucleo familiare come atomo rappresentativo di sessant’anni di storia, con il nonno nostalgico dell’epoca prerivoluzionaria (passa metà film in divisa da cosacco), la nipote infiammata dalle nuove proteste, e in mezzo Lyudmila, fedele agli ideali e al partito, lacerata da un conflitto interiore destinato e ridefinirne anche gli orizzonti ideologici.

Un’opera limpida e pura come acqua sorgiva, che scorre via senza pause gettandoci nel mezzo della totale impreparazione dei maggiorenti locali alla protesta dei lavoratori: si può essere contro il popolo, in un regime comunista, se il popolo si ribella? Si può far fuoco sul popolo, come si vedeva sulla scalinata di Odessa de “La corazzata Potemkin”? Ogni personaggio indossa più maschere, è costretto e costringe chi ha intorno a fare altrettanto, vicini contro vicini, persino madri contro figlie. Da sempre fortemente critico contro il periodo sovietico, Koncalovskij qui compie ancora un passo in avanti, aggiungendo un riferimento alla carestia del 1922/’23 per proiettare il suo atto d’accusa all’indietro, agli albori della Rivoluzione vinta. E, forte dell’approvazione ministeriale, arriva ad un finale che sembra riecheggiare il Realismo socialista proprio di stampo staliniano, però con riferimento al neo zar Vladimir Putin. Riferimento non diretto, ma chi sa leggere tra le righe non può non cogliere.

La forza drammatica e drammaturgica dell’opera non ne viene minimamente intaccata però, e il film ha già il passo e la consistenza dei classici, ultima emanazione di un autore che, ricordiamolo sempre, ha fatto dell’eclettismo il suo vessillo artistico: cosceneggiatore dell”Andrej Rublev di Tarkovskij, alfiere hollywoodiano della Canon negli anni Ottanta, c’è qualcosa di più lontano di questi due estremi nella storia della Settima Arte? Evviva lo zar Andrej dunque, anche se, permetteteci la battuta, un giretto in Siberia potrebbe servire a mettere a posto qualche imprecisione prospettica, non sul passato ma sul disastroso presente della Federazione russa.

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