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  • Venezia 77 – Never Gonna Snow Again

    Diretto da Małgorzata Szumowska, Michał Englert

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Il film più affascinante e inafferrabile del Concorso ufficiale di Venezia 77 arriva dalla Polonia, ed è diretto a quattro mani da Malgorzata Szumowska e Michal Englert. La cineasta quarantasettenne (che ha già all’attivo due premi in festival importanti, a Locarno e a Berlino) filma la sua nuova opera insieme al suo abituale cosceneggiatore (che ha scritto copioni anche per Ari Folman e Alexandros Avranas) e ci regala, con “Never Gonna Snow Again – Non cadrà più la neve”, un rarefatto dramma fantastico.

Non può non richiamare alla memoria “Edward – Mani di forbice” di Tim Burton la storia di un essere alieno e umano solo nelle fattezze, che arriva in una suburbia borghese e ne sconvolge i meccanismi consolidati, ne disvela le ipocrisie, scioglie dei nodi che parevano ormai inestricabili. Qui non siamo dalle parti del gotico/pop, però, ma della raffinata “art house” nordeuropea che la fotografia (dello stesso Englert) impagina brillantemente tra luci al neon e lattiginosa luce negli esterni. D’altronde, siamo quasi a Natale …

Żenia (Alec Utgoff, noto per il suo Alexei nella terza stagione di “Stranger Things”), un massaggiatore ucraino appena arrivato in Polonia, riesce a insinuarsi in un’enclave benestante profondamente infelice grazie alle proprie capacità superiori. Tutte le mogli borghesi e insoddisfatte s’innamorano e vorrebbero portarlo a letto, come Ewa (Agata Kulesza) o una (consolabile) vedova (Weronika Rosati). Ma il ragazzo, originario di Prypjat, nei pressi di Chernobyl, ha dei poteri particolari, e li userà per “liberare” la comunità dai propri affanni.

Il film non offre risposte certe, o precisi rimandi, ma lascia completamente allo spettatore la possibilità di ricomporre un mosaico fatto di suggestioni, di boschi immersi nelle neve del nostro inconscio, di case tutte uguali con giardino e una sbarra e un guardiano a presidiare l’ingresso di un (non)quartiere, un micromondo simbolico e completamente autoriferito, dove convivono famiglie altoborghesi tutte diverse e tutte uguali allo stesso tempo.

Prendiamo ad esempio la prima casa in cui il “nostro” eroe va ad offrire il suo servizio: mattina presto, residui di una festa di compleanno della sera prima, tutti in doposbornia, compreso il ragazzino festeggiato. Żenia fa “la sua cosa”, impone le mani sulla testa della padrona di casa mentre la distende sul suo tavolo da massaggio, e la disconnessione dal mondo porta una sorta di ordine nel disordine. Ma nulla è evidente, il cambiamento si evince da sguardi, posture, è più sottopelle che manifesto.

Troveremo, in ordine sparso, una coppia di ragazzini forse omosessuali che osservano tutto e tutti, un duro ex militare inflessibile “che non ha mai freddo” e tutta una serie di altri personaggi da circo Barnum dello squallore, giustapposti uno dopo l’altro in una struttura che si vuole orizzontale, almeno fino a un certo punto. Il ragazzo venuto da Prypjat, dove l’ultima nevicata radioattiva dopo il disastro nucleare del 1986 sparse morte e distruzione, uccidendone anche la madre, ha acquisito dalla tragedia capacità straordinarie, quelle di assumere su di sé, sul suo corpo, gli affanni e i traumi delle persone, grazie al tocco delle mani.

Poliglotta e ballerino provetto, fisico atletico, non è una creatura che possa restare per sempre in questo nostro mondo. Un mondo che potrebbe non durare in eterno, dove le catastrofi climatiche ed economiche sono alle porte, dove il mondo occidentale (e, segnatamente, la Polonia dopo decenni di malgoverno post Patto di Varsavia) sta forse ballando l’ultimo valzer, sta per organizzare il suo ultimo gioco di prestigio prima della fine.

Opera pessimista ma con uno squarcio di luce, ci ha conquistati giorno dopo giorno, insinuandosi sottopelle, come una della magiche imposizioni di Żenia, che è qui, monito incarnato della catastrofe passata e futura, per regalarci un ultimo momento di serenità.

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Contro

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