Home > In Evidenza > Venezia 77 – Nomadland

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Tra le vittorie più annunciate nei 77 anni di storia della Mostra del cinema, “Nomadland” di Chloé Zhao ha portato a casa il Leone d’Oro dell’edizione 2020, annunciato dalla Presidente di Giuria Cate Blanchett al termine di una cerimonia di premiazione indubbiamente unica e (speriamo) irripetibile, tra il distanziamento in platea e l’assenza di alcuni dei premiati (ma non poi così tanti) per la provenienza da nazioni in cui il Covid-19 è ancora in preoccupante plateau di contagi.

Vittoria annunciata per tanti motivi, alcuni validi, altri pregiudiziali: la bassa quota dei bookmakers in ogni parte del globo, la caratteristica di essere l’unica opera in Concorso prodotta da una major hollywoodiana (l’asso pigliatutto Disney, attraverso la consociata Searchlight, che ha perso il marchio Fox per equilibri più politici che artistici, primo tra tutti lo sganciarsi dal marchio del canale all-news legato all’attuale presidente Usa in carica, in tempi di consultazione elettorale alle porte), la convinzione che l’ora del massimo premio per una cineasta fosse (giustamente) scoccata, a dieci anni da “Somewhere” di Sofia Coppola.

Il fatto che vi fossero, a parere di chi scrive, film diretti da registe, quest’anno, più meritevoli (“Quo Vadis, Aida?”, “Miss Marx”, “Never Gonna Snow Again”) rappresenta solo un’irrilevante sottolineatura. Si è parlato tanto, in questi giorni, del film, sulla “grande” stampa, spesso con toni trionfalistici o denigratori parimenti esagerati e, soprattutto, non sempre riferiti alla qualità dell’opera in questione. Qui torniamo sul punto, e lasciamo le riflessioni “esterne” a questa breve introduzione.

“Nomadland” è la continuazione di un percorso autoriale, iniziato con i precedenti “Songs My Brothers Taught Me” e “The Rider”, tra i più interessanti del cinema statunitense contemporaneo, e paradigmatico per le sorti dell’industria di spettacolo (ancora) più rilevante del mondo e per i giovani artisti che tentano di farne parte. Come Ryan Coogler, come Taika Waititi, come Anna Boden & Ryan Fleck, il prossimo approdo della cineasta sinoamericana sarà l’ingresso nel Marvel Cinematic Universe, con “The Eternals”, previsto, a meno di nuovi impronosticabili stravolgimenti, per il 2021.

Frances McDormand in the film NOMADLAND. Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

“Nomadland” è un film di passaggio, soprattutto a livello stilistico: è presente l’occhio talentuoso di Zhao, la sua visione della “wilderness”, ma è evidente anche il tentativo di smussare alcune asperità autoriali in nome di un linguaggio (finto, vista la potenza della casa madre) “indie”, da esportazione, per tutti i palati. Nulla di male, se non che, dal massimo premio di un’istituzione interna alla Biennale Arte, ci si aspetterebbero scelte meno addomesticate, più rivolte, come indirizzo (poi è chiaro che le Giurie scelgono quel che vogliono), all’emersione dal sommerso di cinematografie bisognose di sostegno, anche e soprattutto per l’uscita in sala nei mercati occidentali. Stiamo ancora divagando, ma riteniamo siano premesse fondamentali; ora è però il momento di articolare il nostro giudizio.

Dopo aver perso il marito e il lavoro durante la crisi economica del 2008, la sessantenne Fern (Frances McDormand) lascia la città aziendale di Empire, Nevada, per attraversare gli Stati Uniti occidentali sul suo furgone, vivendo come una nomade moderna al di fuori delle convenzioni sociali e facendo la conoscenza di altre persone come lei.

Intervallato da incontri, sulla strada, di attori non professionisti che conducono per davvero le vite che osserviamo nel film, appellati poi con i loro nomi reali (Linda May, Swankie, Bob Wells), il film soffre di un ripiegamento individualistico nella seconda parte che disperde le ottime premesse. La camera di Zhao si posiziona “en plein air” senza cercare l’estetizzazione cartolinesca dei paesaggi, ma anzi restituendoli in tutta la loro selvaggia bellezza, ponendo però l’accento su quest’ultima.

C’è pochissimo di “wild” nelle esperienze che il film ci restituisce, solo la preoccupazione per la propria salute, lo spirito di adattamento a cui si è costretti per l’igiene personale, la solitudine combattuta attraverso il solidale abbraccio di comunità improvvisate, sempre diverse. Tutti i pericoli, per una scelta simbolica che ci piacerebbe interpretare come una denuncia dell’ingabbiamento a cui costringe la grande produzione (ma temiamo di SOVRAinterpretare, per la stima che ci lega all’autrice) sono “finti” e depotenziati: le statue gigantesche dei dinosauri, un alligatore, spaventoso, osservato al riparo di una teca in vetro, l’oceano ruggente che s’infrange sugli scogli. C’è UN momento di spaesamento, in cui Fern fa un passo di troppo e si perde, tra rocce aguzze e canyons scavati dalla millenaria erosione, ma dura pochissimo, qualche decina di secondi, poi arriva in controluce David Strathairn (unica altra star del cast) a trarla in salvo. E ancora una volta un film nomade viene riportato al guinzaglio, su binari tracciati.

Frances McDormand in the film NOMADLAND. Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

Frances McDormand, sempre in scena, produce il suo personalissimo “Cast Away”, e i prossimi Oscar probabilmente premieranno lo sforzo, regalando alla straordinaria attrice la terza statuetta. Ma anche un’artista che adoriamo qui ci è parsa scolastica, ripiegata sul repertorio, incapace di trasmettere l’interiorità del suo personaggio, pur con la camera quasi sempre attaccata allo splendido viso, segnato da rughe profonde come il paesaggio che attraversa. La scoperta del passato e del travaglio interiore di Fern è affidata alla didascalia iniziale e a due confessioni a Bob “Babbo Natale” Wells, alla verbosità in luogo dell’immagine, a campo e controcampo. Il sottotesto del Natale, con cui inizia il film a da cui ci attendiamo parecchio, si risolve così, con una bambina emozionata al cospetto di un Santa Claus di strada.

Abbiamo lasciato per ultimo, per non essere tacciati di ideologismo gratuito, il problema concernente il modo, o i modi, in cui si tratta la crisi economica nell’opera. Mobile, da cui Fern scappa, è ora una città fantasma, completamente legata all’azienda attorno a cui era sorta: c’è spazio per trattare, anche solo metaforicamente, la questione? Sì, e Zhao instilla ancora cenni metaforici senza rafforzarli: Fern È l’economia americana, decentrata e precaria, priva dopo la crisi della certezza salariale e vagabonda tra impieghi stagionali e ingaggi a cottimo? Forse sì, o forse proprio no:

“Nomadland” non dice nulla facendo intuire tutto, è un contenitore sfavillante ma vuoto, dove FORSE risiede un regalo prezioso, ben nascosto per non far infervorare troppo la casa di Mickey Mouse. Stiamo vaneggiando? Fern lavora, per un breve periodo, all’interno di uno stabilimento Amazon: si muove lenta, afferma che “pagano bene”, non vede l’ora di ritornarci il prossimo Natale. Di nuovo: un uso condiscendente del marchio finanziatore (ben diverso l’uso che faceva Zemeckis, a proposito sempre di “Cast Away”, del marchio FedEx) o la rappresentazione del mero stato delle cose, con l’asservimento inevitabile alla multinazionale di Jeff Bezos? Di nuovo, Fern È l’economia americana?

Riassumendo, un film pieno di cose ed insieme vuoto, luccicante e smorto, che comunica il bisogno di un maggiore controllo al montaggio (perché non affidarsi ad un professionista del settore invece che occuparsene autarchicamente?) ancor prima dello spaesamento narrativo/esistenziale. Un film TROPPO squilibrato per potersi fregiare, a nostro parere, del massimo riconoscimento alla Mostra di Venezia, ma non è certo il primo caso di premio contestato e contestabile, e non sarà nemmeno l’ultimo, ed è inevitabile e bello che sia così. È però il primo caso (e se ci sbagliamo correggeteci) di film premiato ancor prima di esser visto, per i suoi numeri produttivi e le persone coinvolte nel progetto. O almeno questa è la forte impressione che abbiamo avuto, al Lido di Venezia. Giudicate voi all’arrivo in sala, potrebbe anche, e legittimamente, piacervi tanto.

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Contro

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