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  • Venezia 77 – Wife of a Spy

    Diretto da Kiyoshi Kurosawa

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Era davvero il momento, per il Concorso veneziano, di accogliere un grande autore internazionale come Kiyoshi Kurosawa, specie in quest’annata un po’ raffazzonata, dove le scelte più coraggiose della Selezione Ufficiale sono quasi tutte ascrivibili alla sezione Orizzonti (e ai grandi autori fuori concorso). Il regista nipponico porta alla Mostra “Wife of a Spy”, una spy-story dall’impianto classico, ma coraggiosissima nella contestualizzazione temporale e carica di suggestioni cinefile tali da mandare in sollucchero gli appassionati della Settima Arte e i feticisti del mezzo cinematografico. Ci troviamo nel periodo probabilmente più oscuro della storia del Paese del Sol Levante, quando, in Asse con Roma e Berlino, l’esercito giapponese invase la Cina, e segnatamente la Manciuria, compiendovi nefandezze di ogni sorta e occupando la regione, rinominandola Manciukuò fino al termine del secondo conflitto mondiale. Una guerra che il Giappone terminò in ginocchio, schiacciato ancor di più quando, già allo stremo e sulla via della resa, venne investito dalle due bombe atomiche statunitensi a Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Kurosawa rivendica l’indipendenza ideologica e culturale di chi si oppose a quella deriva, di chi operò da “traditore” della patria in senso stretto, una patria che però, in quel momento, non poteva essere appoggiata nelle sue scelte scellerate. Basta pensare alla pavidità del nostro cinema nazionale verso pagine vergognose del passato (l’occupazione libica su tutte) per rendersi conto dell’importanza di quest’opera, e del coraggio del suo autore.

È il 1940 a Kobe, la notte prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il mercante locale Yusaku Fukuhara (Issey Takahashi) sente che le cose stanno prendendo una brutta piega e decide di recarsi in Manciuria, senza portare con sé la moglie Satoko (Yu Ahoi). Lì è casualmente testimone di un atto di barbarie e, determinato a renderlo pubblico, entra in azione. Nel frattempo, Satoko, viene contattata da Taiji Tsumori (Masahiro Higashide), suo amico d’infanzia e membro della polizia militare, il quale le racconta della morte di una donna che suo marito ha riportato in Giappone dalla Manciuria. Satoko è accecata dalla gelosia e se la prende con Yusaku. Ma quando scopre le vere intenzioni del marito, fa una cosa impensabile per garantire la sia incolumità e la loro felicità.

Una straniante fotografia digitale a luce (apparentemente) naturale, opera di Tetsunosuke Sasaki, illumina la sfavillante ricostruzione delle strade di Kobe, e l’illuminazione non “lavorata” per il cinema ambientato nel passato (nonostante siano passati già un po’ di anni da “Nemico pubblico” di Michael Mann) ci stupisce sempre ogni volta. Ancora una volta, la Storia che muove il mondo e le storie personali che lo colorano, intrecciandosi e provando a cambiare il destino dei popoli, oltre alle singole esistenze. Il film si muove su più piani: un primo livello narrativo fatto di spionaggio, intrighi e colpi di scena, che si accende man mano che prendiamo confidenza con il trio di protagonisti; la ricostruzione d’epoca, con la guerra incombente, l’adesione al fascismo dei singoli e della società tutta, la progressiva disumanizzazione di esercito e istituzioni. Poi c’è il terzo livello, quello cinefilo, dei film visti in sala (si nominano Kenji Mizoguchi e Sadao Yamanaka, morto neanche trentenne proprio sul fronte manciuriano), della bobina di pellicola che può scoperchiare l’orrore, del “gioco” del cinema amatoriale che prima diverte e poi confonde le acque. Quest’ultimo è, nemmeno a dirlo, quello che più ci affascina e c’intriga.

Cineasta aduso a stramberie di ogni sorta, Kurosawa qui leviga e cesella il suo stile, dimostrandosi capace di qualsiasi cosa, a suo agio in qualsiasi mondo cinematografico, dalla fantascienza all’horror, per poi planare su questa sontuosa ricostruzione d’epoca, fredda all’apparenza ma in realtà dal cuore caldissimo, grattando appena un po’ la superficie. Il prefinale, con la città devastata dai bombardamenti alleati e un controcampo semplice e doloroso, arriva ad essere una delle sequenze che riportiamo a casa da questa Mostra con più convinzione. Chiudiamo citando un delizioso gioco metacinematografico, un film nel film: Yu Ahoi che si toglie la maschera, rivelando il suo viso incantevole, e da semplice spettatrice inerme degli eventi si fa attrice protagonista, dopo essere stata attrice anche del “caper movie” girato per gioco dal consorte. È solo questo, un gioco cinefilo? O non è forse perfetta metafora della condizione di spia? Applausi per Kurosawa, scroscianti.

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