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Vent’anni senza Massimo Troisi

Vent’anni senza Massimo Troisi. Vent’anni senza un genio che non lascia emuli né eredi. Vent’anni senza un comico che aveva demolito uno ad uno gli stereotipi su Napoli e la napoletanità senza astio, senza rancore, con il sorrisetto sarcastico tipico dello sberleffo. Ci manca tanto, Massimo. E ci manca soprattutto perché il corpus delle sue opere l’abbiamo sviscerato in lungo e in largo, lo conosciamo a memoria, vorremmo di più, abbiamo bisogno di outtakes e inediti che non avremo mai.

Perchè Massimo Troisi era pigro, era amante della bella vita, quella vita che ha abbandonato TROPPO presto. Aveva anche scherzato sulla sua dipartita, organizzando(si) una autocommemorazione a metà degli anni Ottanta con tutti gli i comici e gli amici, Lello Arena, Carlo Verdone, Roberto Benigni, Maurizio Nichetti, quella generazione che ha rappresentato l’ultimo immenso contributo italiano all’arte della commedia prima del declino, iniziato negli anni Novanta e da allora mai più capace d’invertire il trend negativo a rotta di collo verso il baratro.

Quattro regie cinematografiche (e mezza), l’attività teatrale con “La Smorfia” e un pugno di partecipazioni attoriali nelle opere dell’amico Ettore Scola in meno di vent’anni di carriera. E una serie di comparsate televisive indimenticabili, grazie agli amici Gianni Minà e Renzo Arbore.

Massimo Troisi si esprimeva nella sua lingua, non dialetto, il napoletano: orgogliosamente, non ascoltando mai i soliti “soloni” che gli consigliavano d’italianizzare maggiormente il suo punto di vista sul mondo, in nome dell’omologazione e degli incassi al botteghino. Vinse anche questa sfida: il suo esordio “Ricomincio da tre” fu tra i maggiori successi della stagione cinematografica 1981; il suo secondo film, “Scusate il ritardo”, ironizzava proprio sulla febbrile attesa del pubblico fin dal titolo. Fino alla conquista postuma di Hollywood, alla nomination come miglior attore per “Il postino” dell’amico Michael Radford, arrivato a sostituirlo alla regia proprio per le sue già precarie condizioni di salute, premio soffiatogli da Nicolas Cage ubriacone per le vie di Las Vegas.

Il suo sogno era quello di fare il calciatore, è stato il cantore di una stagione irripetibile per noi tifosi napoletani, avevamo il miglior giocatore del mondo in squadra, e il miglior attore del momento a propagandare la bellezza di una città sempre violentata da politici, imprenditori, malavitosi e media compiacenti. Impossibile estrapolare una sola delle sue battute da un corpus comunque sterminato, da una capacità di creare tormentoni “intelligenti” che aveva del soprannaturale. “Ricordati che devi morire”, “Ugo è un nome più educato di Massimiliano”, “Fatemi soffrire in pace” e quell’incredibile parodia della Natività con Massimo in versione Maria vessata da arcangeli e cherubini disturbatori, uno sketch che non ci si stanca mai di rivedere.

Qui voglio invece citare una battuta dal suo film meno conosciuto e meno apprezzato, “Le vie del Signore sono finite”, che testimonia la sua capacità di creare anche satira politica in punta di fioretto, senza comizi o rabbiose invettive modello Beppe Grillo. Ambientato in epoca fascista, con Troisi che con una sola frase distrugge il più pervicace e duraturo dei luoghi comuni sul fascismo e su Benito Mussolini: «Per fare arrivare i treni in orario, mica c’era bisogno di farlo capo del governo, bastava farlo capostazione».

Inutile imbastire peana o alzare monumenti ad un uomo e ad un artista che li avrebbe comunque rifiutati con sdegno: mi limito a dire che Massimo Troisi ci manca moltissimo, e la sua morte davvero troppo precoce è una delle prove della NON esistenza di Dio. Avremmo voluto averti anche in questi ultimi vent’anni, a commentare il berlusconismo e la deriva tele-ficiente, a guardare e a riguardare i tre film nuovi che avresti realizzato. Forse quattro. Non di più. Perché eri un pigro che amava la vita, e questo fa sì che io ti senta ancora più vicino.

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