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Operation: Mindcrime: Venti anni di Arte

3 maggio 1988.
Ronald Reagan si prepara a lasciare il suo posto di presidente degli Stati Uniti dopo il massimo consentito di due legislature. I sondaggi danno come successore favorito il repubblicano George Bush. Gli ultimi otto anni sono stati parecchio conflittuali e contraddittori per gli USA: l’embargo all’Iran per la sua conversione a repubblica islamica, i rapporti altalenanti con l’Unione Sovietica che si tendono e si rilassano e la politica di decentramento del governo Reagan portano parecchia confusione nel paese. I nuovi ideali yuppie, il culto dell’immagine, l’elevazione del profitto a cardine principe del nuovo stile di vita portano di nuovo il rock verso lidi di protesta.
Da questi germi inizia a nascere il nuovo movimento alternative che esploderà poi nei primi ’90 con il grunge a Seattle.
Ma Seattle non è solo grunge. Nei primi anni ottanta la città dello Space Needle già vantava una tradizione notevole, a partire dall’essere la città natale di Jimi Hendrix, dalla quale prende le mosse una scena metal composta, tra gli altri, dai Metal Church e dai Sanctuary, in seguito divenuti i Nevermore.
E dai Queensryche, che il 3 maggio del 1988 cambiano per sempre la storia del rock, pubblicando il loro capolavoro “Operation: Mindcrime”, nientemeno che il figlio di quella situazione travagliata che gli Stati Uniti stanno attraversando.

Si può chiamare “Mindcrime” un disco di denuncia?
Senza dubbio molti elementi riportano alla buia situazione ottantiana, a partire dalla condizione del protagonista del concept, Nikki: uno sbandato che ha perso ogni fiducia nel suo paese, senza punti di riferimento, pronto a dare retta ai proclami apocalittici del Dr. X. Pronto a uccidere pur di obbedire all’unico punto fermo che gli si presenta, senza stare troppo a recriminare e porsi domande sulla morale. Lo stesso Dr. X non è lontano dalla figura di un predicatore religioso con doppi fini nascosti nelle maniche e in lui si può leggere la doppia critica avanzata dai Queensryche: da una parte l’ideale falso degli Stati Uniti che genera aborti (Nikki), dall’altra un personaggio forzatamente rivoluzionario, grottesco e inquietante nel suo lanciare proclami che si basano su fatti reali, ma finiscono in un vortice di interessi personali e megalomania. Un colpo a destra e uno a sinistra. E in mezzo, non poteva mancare la Chiesa. Father William, prete corrotto al servizio dell’organizzazione di X, che non si fa problemi a possedere carnalmente le sue consorelle, e Sister Mary, l’alter ego femminile di Nikki, un personaggio costruito con mano ferma, ricco di sfumature caratteriali profonde e radicate, ancora una volta, nella contraddittoria situazione contemporanea: una ex-prostituta salvata da un prete che le promette salvezza, la violenta sull’altare della chiesa e la mette al servizio di un’organizzazione criminale sovversiva.

Tornando quindi alla domanda di prima, è impossibile negare come in tutto questo ci sia una profonda critica alla società statunitense dei tempi (e non), sebbene sia fatta in un modo piuttosto diverso dal classico urlo woodstockiano. È una storia costruita con cura maniacale, in cui ogni tassello porta alla luce elementi di interesse socio-culturale, tralasciando messaggi di fratellanza e lasciando veramente pochissimo spazio a luce e speranza, tanto che gli inni della Summer Of Love si trasformano in “I Don’t Believe In Love”.
[PAGEBREAK] Musicalmente poi si è di fronte a un mastodonte assolutamente unico e irripetibile.
Il gruppo recupera la tradizione metal rileggendola con una personalità unica, originale e inimitabile, contaminandola con elementi derivati dal progressive più duro dei Rush (periodo “Hemispheres”/”A Farewell To Kings”), riscontrabili specialmente nella ricchezza armonico-melodica dei pezzi, un fatto che stacca nettamente il gruppo dal classico Mi minore perenne di Iron Maiden e compagni. Basti considerare le strutture di accordi con cui sono progettati i crescendo e diminuendo all’interno dei pezzi, perfettamente calibrate nel creare e distendere la tensione a seconda degli avvenimenti descritti nei testi (tornando ai Rush, vengono in mente le architetture di “2112″), oltre all’incredibile gusto con cui vengono scelti gli accordi stessi, mai esercizi di stile fini a se stessi, impregnati di feeling e passione.

Qui senza dubbio incide lo staff di produzione del disco, che vede James “Jimbo” Barton al mix, Paul Northfield come ingegnere del suono e il mitico Peter Collins in veste di produttore. Un team che definire “di classe” è senza dubbio un eufemismo.
Ciò che ne esce vincente ovviamente sono i pezzi. Dal primo all’ultimo, tutti dei classici: la doppia intro “I Remember Now”/”Anarchy-X”, annunciatrici della venuta di una delle più grandi opener di sempre, quella “Revolution Calling” che nessuno potrà mai avvicinare, il feeling oscuro e disperato di “The Mission” come preambolo al punto cardine del disco intero, i dieci minuti di “Suite Sister Mary”… ma è inutile citarli tutti, ogni secondo del disco è un inno all’arte e va vissuto come tale. L’incredibile (e probabilmente inesauribile) stato di grazia dei musicisti, poi, ci mette del suo: gli incroci e gli assoli della coppia di chitarre DeGarmo-Wilton denotano una classe infinita, la sezione ritmica funziona perfettamente, grazie al continuo pulsare del basso di Jackson e alla potenza e fantasia di Rockenfield. Su tutto svetta la voce di uno dei più grandi cantanti che il metal (e non solo) abbia mai avuto: Geoff Tate, che interpreta per tutto il disco i vari personaggi (a eccezione di Sister Mary, splendidamente impersonata da Pamela Moore) con un feeling, una passione e un trasporto assolutamente unici.

Considerando il disco come episodio nella discografia più conosciuta del gruppo, esso si dimostra essere un caso a sé nella perenne evoluzione dei cinque. Caso a sé come forma e contenuto, ma non certo come qualità. Già “Rage For Order” aveva spiazzato con la sua freddezza spietata e cibernetica in anticipo di quindici anni sui tempi. “Empire” porterà poi i Queensryche al grande successo, con il famoso “Building Empires Tour” e la riproposizione integrale di “Mindcrime”. Il colpo di grazia di tre anni dopo si chiamerà “Promised Land”, il disco più vicino al prog registrato dal quintetto di Seattle. Talvolta sottovalutato per misteriose ragioni, sarà l’ennesima pietra miliare piantata dai ‘Ryche. Ne seguirà l’ennesimo cambio di rotta, il bellissimo “Hear In The Now Frontier”, troppo spesso ridotto a tentativo di avvicinamento al trend del grunge (in realtà nel ’97 il grunge sarà già morto).

Cosa rende un disco un classico? Il suo essere talmente rappresentativo di un’epoca e di un modo di pensare da divenire possibile oggetto di studio anche da un punto di vista sociale e culturale. Il suo sfuggire alla cristallizzazione dei propri valori e rimanere sempre vivo e attivo. Il suo contribuire a creare nuove regole aprendo orizzonti sconosciuti. La perfezione di forma e contenuto. La maestria col quale viene creato. L’essere un’opera d’Arte unica e irripetibile.
“Operation: Mindcrime” è questo. E per ciascun ascoltatore può essere molto, molto di più.

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