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Intervista ai Verdena: Endkadenz e altri racconti

Buone notizie per i fan dei Verdena: se “Settembre ci porterà via con sé” – per citare la loro “40 secondi di niente”-  agosto ci riserverà molte sorprese.

 

Si parte la vigilia, il 31 luglio, con il rilascio ufficiale del clip di “Nevischio” realizzato con immagini tratte dai live di Milano (Alcatraz, 2 marzo) e di Roma (Festival “Rock in Roma”, 14 luglio) e si prosegue con alcune date agostane del tour già annunciate (Lamezia Terme e Torino).

Ma la bollente novità del mese rimane l’attesissima uscita di Enkadenz Vol.2, prevista per il 28 agosto.

Chi meglio della bassista Roberta Sammarelli poteva svelarci i retroscena di questa caldissima estate verdeniana? La incontriamo a Brescia, in un rovente pomeriggio di fine luglio.

Ecco quello che ci siamo dette.

 

Ciao Roberta, benvenuta su Loudvision! Hai voglia di rinfrescarci la memoria a proposito del significato di “endkadenz” che dà il titolo al vostro ultimo lavoro?

 

Ciao Laura grazie a te e a voi.  Il titolo dell’album prende ispirazione da un effetto orchestrale introdotto dal compositore argentino, naturalizzato tedesco, Mauricio Kagel.  Per il suo compleanno Luca (Ferrari, batterista dei Verdena n.d.r) ha ricevuto un libro sulle percussioni, al suo interno abbiamo trovato una figura che ci ha subito incuriositi: un omino immerso fino a mezzo busto in un timpano orchestrale. Ci siamo documentati e abbiamo scoperto che questo particolare movimento, chiamato endkadenz, serviva per concludere l’opera, quasi come un effetto scenico-teatrale: bisognava colpire con forza, lacerando la membrana cartacea dello strumento, e rimanere immobili per qualche secondo.

 

Ormai è ufficiale: il 28 agosto uscirà il secondo volume di Endkadenz. Esiste una certa continuità fra le due parti del disco, oppure no? La spezzatura è stata data dall’eccessiva lunghezza?

Assolutamente sì, non ci sono elementi di discontinuità fra i due dischi: in studio abbiamo lavorato sui ventisei brani, non sulle singole componenti. La decisione di dividerli in due dischi è stata postuma al mixaggio, quando ormai i brani erano pronti per essere pubblicati; per farti capire, nel secondo volume ci sono pezzi che abbiamo scritto per primi e quando era uscito Endkadenz Vol.1, la seconda parte era già pronta: non l’abbiamo più ritoccata o modificata. Zero.

Nonostante i dischi fossero tratti dalla stessa session abbiamo cercato di fare una divisione equa bilanciando le varie componenti: l’atmosfera, i bpm, la lunghezza e la velocità.

 

Ogni vostro lavoro è un mondo a parte o, se posso parafrasare una vostra canzone, “un mondo del tutto differente”.  Mi pare che questo discorso si possa applicare benissimo anche ad Endkadenz. Com’è stato lavorare a questo album?

Sì, in ogni lavoro c’è sempre una sorta di rottura. Li cerchiamo proprio noi stessi, come stimolo, i cambiamenti. Crediamo molto nella forza e nel potere del cambiamento. Detto questo, se Wow era un disco nato in studio– Lornitep, per esempio, l’abbiamo composta proprio in studio – e finito durante la fase di registrazione, Endkadenz è un album in presa diretta: non abbiamo fatto nulla in post produzione, abbiamo lasciato i pezzi così com’erano. Abbiamo deciso semplicemente di scrivere i brani e di registrarli, ovviamente includendoci le sovraincisioni, i cori e gli effetti di fuzz; anzi posso dirti che in questo caso abbiamo voluto sperimentare e lavorare più sugli effetti che sulla struttura portante del disco, a differenza di quello che era avvenuto con Wow.

In Endkadenz ci sono stati brani che hanno cambiato struttura e forma nel passaggio dalla registrazione al disco?

Sì, c’è stato un brano in particolare che è cambiato molto nel passaggio. Si tratta di “Identikit”, che troverete proprio nel secondo volume: dopo “Nevischio”– di cui abbiamo rilasciato recentemente il clip video- è stata la seconda traccia prodotta da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle. “Identikit” era nata come una traccia normale, è stato Fasolo a spingerci a suonarla e a riproporla con strumenti totalmente nuovi.

 

Davvero? Quali strumenti avete usato?

Sì, beh c’è una parte suonata con il clavicembalo al contrario.

 

Immagino sia difficile riuscire a riproporla in questa veste, live. Magari campionerete alcune parti.

Assolutamente sì, stiamo lavorando sulla presentazione live, vista la sua particolarità. Credo che sia piuttosto interessante, soprattutto per i nostri fan più “invasati”, vedere come il pezzo evolve da disco alla versione live e “Identikit” offre un bello spunto.

 

Ti racconto un aneddoto: quando era uscito il singolo di presentazione della prima parte del disco,  “Un po’ esageri” si era scatenata una vera e propria caccia alla somiglianza, almeno fra gli addetti ai lavori. “Assomiglia a…”, “a me sembra siano i…”, insomma tutti cercavano di dire tutto.

Lo so bene, ma è una cosa che succede solo con noi. Anzi, cominciamo anche un po’ ad essere infastiditi da questa caccia alla somiglianza che avviene, puntualmente, con ogni nostro lavoro; va bene tutto, ma è logico che ogni musicista sia influenzato da qualcosa. Per esempio, anche Tiziano Ferro sono certa avrà delle influenze e delle ispirazioni, ma ogni volta che esce un suo disco non ha attorno a sé questo clamore e questa caccia alla somiglianza.

 

Non vorrei lanciarmi nel populismo, ma forse succede un po’ dappertutto nella scena alternativa italiana.

Guarda in Italia siamo dei sottomessi del ca**o a tutta la musica estera in circolazione. Prendi un gruppo come gli Interpol – che mi piacciono parecchio – molto ben accettati dalla critica, vuoi perché sono fighi, oppure semplicemente un po’ snob: ogni volta che esce un loro nuovo pezzo non sto a domandarmi se si tratti degli Interpol, oppure se suonino come qualcun altro. Ci sono brani degli Interpol che non riesco a distinguere da pezzi dei Joy Division, per dire; ma non per questo motivo mi sento in dovere di aprire un processo contro di loro. E loro (gli Interpol, ndr) sono un gruppo derivativo, i Verdena non lo sono mai stati.

 

Queste critiche vi accompagnano da molto?

Forse ancora dagli esordi, dall’etichetta di “Nirvana italiani” che ci hanno appiccicato addosso; è logico – come ti dicevo prima –  che ogni gruppo abbia delle influenze. Persino Mozart si ispirava a qualcuno.

Ma queste critiche sono aria fritta, vengono fatte dai giornalisti per screditare, o forse per metterci in crisi, perché a differenza di molti non ci schieriamo mai; non ti nascondo che ci fa un po’ arrabbiare ogni volta leggere queste cose perché ci impegniamo per fare sempre qualcosa di diverso e di originale, disco dopo disco. E speriamo che ciò che è originale per noi, venga percepito come tale da chi ci ascolta. Ma in sostanza crediamo sempre che il nostro pubblico abbia l’intelligenza di andare oltre le definizioni e gli stereotipi.

 

 

Dall’assiduità delle vostre prove e dalla vostra ricerca, mi sembrate parecchio autocritici. Diciamo che non vi trincerate dietro atteggiamenti da star.

Esatto, noi siamo fortemente autocritici, non vogliamo provocare o suscitare qualcosa, non ci interessa. Per esempio, alcuni pezzi che ci sembravano più derivativi, non nostri, siamo i primi a non volerli suonare più.

 

Cambiando completamente discorso, avete già pensato a un singolo per promuovere il secondo volume di Endkadenz?

Sì, ci sarà sicuramente. Forse più di uno. Preferisco non parlarne finché le cose non sono sicure, lo scoprirete nelle prossime settimane.

 

Ok, certamente. Mi ha colpito molto il vostro rapporto con Marco Fasolo dei Jennifer Gentle. So che Luca ed Alberto (Ferrari, ndr) hanno lavorato con lui anche al disco Universal Daughter, coverizzando fra l’altro “Mother” di John Lennon. Com’è nata la vostra amicizia?

Non ricordo se avessimo suonato casualmente una volta insieme, oppure se fosse stato Luca a chiamarli per suonare con noi, dopo aver ascoltato un loro album. Parliamo dell’epoca del tour di “Solo un grande sasso”,  al massimo del disco successivo (“Il suicidio dei samurai” – 2004- ndr)… quanti anni sono passati? Dieci? Undici? Comunque sia, dall’esperienza sul palco è nata una bella amicizia che ci accompagna ancora oggi, fatta di rispetto e stima reciproca; tant’è che quando Marco (Fasolo, ndr) ha avuto bisogno di una base ritmica per il suo tour ha chiamato Alberto e Luca che hanno suonato, rispettivamente, il basso e la batteria.

 

Forse avete un modo un po’ simile di concepire la musica.

In realtà siamo molto diversi e abbiamo ricercato la sua collaborazione proprio per avere un parere diverso, un input, che ci facesse capire se stavamo o meno facendo la cosa giusta.

 

Non vi pesa lavorare solo in tre, o avete raggiunto un punto di equilibrio con gli anni?

Come in tutte le cose il problema è la quotidianità: vedersi sempre, tutti i giorni, dopo un po’ risulta difficile, nel senso che dobbiamo ricercare stimoli e input tra di noi. A noi piacerebbe poterci ampliare e godere anche di visioni differenti, per questo lasciamo sempre la porta aperta ai nostri amici musicisti, ai loro suggerimenti e pareri.

 

È il caso anche del venticinquenne bergamasco Giuseppe Chiara che si è aggiunto a voi quest’anno?

Sì, ma sai fatichiamo sempre a trovare un elemento stabile, che resista nel tempo. L’avevamo trovato anni fa in Fidel (Fogaroli, ndr), ma poi ha scelto un altro tipo di vita.

 

Forse perché è difficile resistere alla tensione, ma soprattutto alla forte pressione mediatica: gente che cerca di capire cosa sei, cosa fai e perché lo fai.

Penso sia proprio stressante a livello di tempistica. È uno stile di vita per cui bisogna avere tantissima determinazione: quattro anni chiusi in una stanza di due metri per tre, abbandonati, per scrivere ‘sto disco. E conta che non sappiamo se stiamo facendo bene o male; quando ci decidiamo a uscire allo scoperto è sempre una scommessa. Non sappiamo se piacerà.

È pazzesco, passiamo dalla solitudine, all’essere in pasto a chiunque. Non so in quanti sappiano resistere.

 

Ultimissima domanda. Le vostre impressioni sul tour e sul vostro pubblico. Ve lo chiedo alla luce di questi mesi fortunatissimi, che non solo vi hanno fatto crescere in popolarità, ma che vi stanno regalando un sold-out dietro l’altro. Forse qualcosa si era smosso già dall’epoca di Requiem, era proseguito con Wow ed è esploso ora con Endkadenz.

È una cosa che ci fa molto piacere vedere il pubblico crescere di numero e soprattutto essere così eterogeneo: ai nostri concerti troviamo il fan che ci segue da quando era quindicenne all’epoca di “Valvonauta”, come il ragazzino che ci ha scoperti oggi con “Endkadenz”; soprattutto ci fanno molto piacere questi nuovi ragazzi che ci seguono e che ci hanno scoperto nel corso di questi quattro anni di pausa, grazie a internet.

È una figata, è una soddisfazione. Ci fa capire che siamo facendo la cosa giusta.

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