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Vers Madrid, intervista a Sylvain George

Il cinema di Sylvain George è un cinema della «ri-definizione»: al documentarista francese interessa indagare situazioni e avvenimenti portatori di cambiamento, mostrare la messa in atto di strategie capaci di rovesciare ciò che genera violenza e oppressione.

La prima di queste strategie è rappresentata dal suo stesso modo di fare cinema: George affronta argomenti di urgente rilevanza sociale – l’immigrazione, le manifestazioni di dissenso politico – e rende i suoi fotogrammi strumenti di giustizia, attraverso l’osservazione profonda dell’ambiente e delle persone che lo abitano.

In “Qu’ils reposent en révolte (Des figures de guerres)“, menzione d’onore a Pesaro 2011, e “Les Éclats (Ma guele, ma révolte, mon nom)“, miglior documentario internazionale a Torino 2011, erano i migranti raccolti a Calais per raggiungere le coste inglesi, in “Vers Madrid (The Burning Bright!)” – presentato in forma di work in progress a Venezia nel programma di Cinema Corsaro – sono i cosiddetti “indignados” scesi in piazza a gridare che il loro governo e la società in cui vivono non li rappresentano.

La Mostra di quest’anno accoglie molti documentari, soprattutto italiani, ma trovare un regista come Sylvain George, che è vero poeta e filosofo politico, non è facile. Né in Italia né altrove. La sua abilità nel tradurre la riflessione politica in azione cinematografica lo rende un artista unico.

Prima della proiezione di “Vers Madrid” hai detto che il termine “indignados” non ti piace. Perché?

Il termine viene dal libro di Stéphane Hessel “Indignez-vous!”: ha avuto molto successo ma per me dà una visione insufficiente di ciò che è accaduto e sta accadendo. “Indignazione” non è abbastanza, non rende giustizia a ciò che a mio avviso è il più grande evento del nostro secolo. Stiamo vivendo un momento molto specifico, delicato e profondamente diverso da esperienze simili che risalgono ad alcuni decenni fa.

I fatti spagnoli sono stati liquidati da più parti come inconsistenti ma chi li critica dimentica il contesto: oggi molte ideologie del passato non esistono più, l’unica rimasta è l’ultraliberismo, un’ideologia fortissima che possiede tanti strumenti e risorse per manipolare le persone. In Spagna la gente è scesa in piazza, giovani e anziani, non solo appartenenti alla classe media. Lo slogan più chiaro ed emblematico delle manifstazioni per me è “you don’t represent us“.

Il punto è riuscire a non leggere questi eventi in modo vecchio, non si tratta banalmente di voler cambiare il governo. È piuttosto una risposta a ciò che si chiama violenza simbolica. In Spagna moltissimi giovani sono disoccupati e vivono ancora con i genitori: questa situazione genera in loro un senso di vergogna, non hanno il coraggio di parlarne. È un tipo di violenza non esplicito: la società influenza la percezione che hai di te stesso, ti convince di essere uno schiavo e tu lo diventi. I fatti di Madrid – non lo chiamo movement ma semplicemente event – hanno fatto uscire le persone dalla solitudine, le hanno fatto incontrare in luoghi aperti, nel centro della propria città e hanno consentito loro di prendere la parola. È solo un primo passo dettato dall’urgenza ma è fondamentale perché attiva un processo, certamente lungo, che si può tradurre in un reale impegno e in una solida presa di coscienza politica. Alcune dichiarazioni che si ascoltano nel film possono sembrare ingenue ma se si riesce a tradurre le parole in azione, allora può esistere davvero un’altra società. È un processo di ri-definizione delle idee, dei concetti di logos, democrazia, rappresentazione.

Perché hai scelto di lavorare in bianco e nero sia in “Vers Madrid” che nei tuoi lavori precedenti?

Giro a colori e poi in post produzione volgo tutto in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto girare in pellicola 70 mm ma costava troppo. Allora sono passato al video, il mezzo usato anche dai media dominanti, e ho pensato che sarebbe stato interessante lavorare con lo stesso strumento per realizzare però qualcosa di radicalmente diverso. Il bianco e nero o la slowmotion per me sono sistemi per tentare una decostruzione della rappresentazione dominante della realtà.

In più il bianco e nero è comunemente associato a un’idea di vecchio, di immagini antiche mentre io lo utilizzo per raccontare una contemporaneità estrema. Allo stesso tempo voglio però suggerire una connessione con il passato che susciti una riflessione importante: si pensa spesso che oggi sia meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi ma non è affatto vero. Il bianco e nero quindi rappresenta per me anche un modo per distruggere questa concezione lineare del tempo e il mito del progresso. Voglio proporre una concezione del tempo differente.

In “Qu’ils reposent en révolte” avevo inserito una citazione di Rocco Buttiglione che nel 2002 disse: «gli immigrati sono bombe a orologeria». La trovo una frase terribile, significa voler vedere l’immigrazione solo come un problema e una minaccia. Credo che questa concezione vada combattuta creando delle vere bombe a orologeria e ciò è possibile solo attraverso la ri-definizione del tempo e dello spazio. È necessario inventare nuovi strumenti.

Sia in “Qu’il reposent” che in “Les Éclats” mi soffermavo sulla pratica di bruciare i polpastrelli delle mani, diffusa tra i migranti, per rendere le proprie impronte digitali non identificabili. È un esempio concreto di ciò che significa creare un contro-dispositivo e ri-definire una strategia. Gli immigrati non sono vittime, sono esseri umani che agiscono e soggetti politici.

Qui a Venezia abbiamo visto “Vers Madrid” con un accompagnamento di musica dal vivo. Cosa pensi dell’uso della musica nei film?

Non amo molto inserire la musica nei miei lavori perché il film è già una partitura, una composizione musicale tra fotogrammi. In “Les Éclats” però ho voluto fare qualcosa di un po’ diverso e ho coinvolto Diabolo, un musicista blues. Se uso la musica, voglio che stabilisca un dialogo con le immagini, non che illustri o suggerisca dei sentimenti. Nel caso di “Les Éclats”, la colonna sonora fu registrata live durante una proiezione. Le performance dal vivo sono un ulteriore modo per sperimentare il dialogo tra note e fotogrammi.

I titoli dei tuoi film sono molto belli e precisi. Come li scegli e quale pensi debba essere la funzione di un titolo?

Scelgo il titolo all’inizio e voglio che stabilisca una dialettica col lavoro che andrò a fare. Il titolo per me rappresenta un supporto, un’energia, una strada da seguire. “Qu’ils reposent en révolte” è molto forte ma credo che “Les Éclats”, che procede per frammenti, sia in fondo molto più violento e terrificante. Non utilizzo i titolo per illustrare ma per suggerire una direzione, un’intenzione, un colore.

Com’è stato girare a Madrid e quale sarà l’evoluzione del film?

È stato molto più difficile rispetto ai due film precedenti, Calais per me è vicina mentre Madrid è lontanissima anche da un punto di vista linguistico. Non parlo spagnolo e sono andato lì da solo, un paio di volte per due settimane, senza interprete: sul luogo ho incontrato delle persone che mi hanno aiutato ma che comunque non potevano essere sempre con me quindi si è trattato di un lavoro piuttosto complesso. È stato importante essere lì ma la non comprensione della lingua è un grosso problema perché hai una visione globale di ciò che stai vivendo. Anche se volte non avere un’informazione completa può essere uno stimolo per giungere a una comprensione maggiore.

Se finirò il work in progress credo che diventerà più conciso, non più di un’ora. Per ora è un’improvvisazione. E non credo che ripeterò l’esperienza di portare un work in progress a un festival, non me ne pento ma non lo rifarei, troppo complicato.

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Grazie all’impegno di Paola Cassano e Caterina Renzi, “Les Éclats” inizierà a circolare nei prossimi mesi nelle sale italiane: «Non riusciremo ad avere una vera e propria distribuzione – spiegano – ma stiamo contattando singolarmente gli esercenti per organizzare proiezioni mirate e far così conoscere il cinema di Sylvain anche al pubblico che generalmente non frequenta i festival».

Per informazioni: il blog del progetto “Les Éclats” Italia

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