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Vestire la storia — Intervista a Ursula Patzak

Ha ammantato di nero Giuseppe Mazzini, vestito di poveri panni i detenuti del carcere borbonico di Montefusco e posto eleganti cilindri sul capo di Felice Orsini: Ursula Patzak ha portato in “Noi Credevamo” la propria esperienza di costumista teatrale guardando al passato storico con un occhio sintetico e privo di indulgenze.

Collaboratrice di Mario Martone sia per la prosa che per la lirica, nel corso dell’ultima stagione ha disegnato i costumi delle “Operette Morali” tratte da Giacomo Leopardi e degli allestimenti scaligeri dei “Pagliacci” e della “Cavalleria Rusticana” firmati dal regista napoletano.

Tra la messa in scena parigina al Théâtre de la Ville delle “Operette Morali” e la cerimonia romana dei Ciak d’Oro, che hanno visto “Noi Credevamo” affermarsi ancora dopo l’ottimo bottino conquistato ai David di Donatello (è la prima a sinistra nella foto), la costumista ci racconta il lavoro svolto per costruire quel Risorgimento così astratto e letterario e al contempo profondamente radicato nei luoghi e nell’aria di oggi.

“Noi Credevamo” è un film con tantissimi personaggi caratterizzati in maniera molto accurata attraverso la sceneggiatura, l’interpretazione degli attori e i costumi. Come hai lavorato sull’immagine dei protagonisti?

I costumi contribuiscono in maniera determinante alla definizione dei caratteri: Angelo (Valerio Binasco), ad esempio, è il personaggio più inquieto, più spiccatamente militante, fanatico nel professare e mettere in pratica le proprie convinzioni: da adulto l’ho vestito con un cappotto militare per dargli un’aria aggressiva. Non avrei mai pensato di far indossare lo stesso cappotto a Domenico (Luigi Lo Cascio) per il quale ho selezionato colori più discreti, come il blu, mentre ad Angelo appartengono tonalità di verde e marrone calde e passionali.

Cristina di Belgiojoso (Francesca Inaudi) è chiaramente una figura aristocratica, però abbiamo voluto distanziare la sua immagine da quella della tipica damina ottocentesca, anche attraverso la scelta dei tessuti: lei non era una bambola ma una donna indipendente, stravagante, una viaggiatrice.

Quanto ha influito la fisicità degli attori sul tuo lavoro? Penso in particolare a Felice Orsini (Guido Caprino) e a Giuseppe Mazzini (Toni Servillo), due personaggi che hanno nel film un impatto fortissimo da un punto di vista non solo interpretativo e narrativo ma anche semplicemente visivo.

Mario Martone ha scelto gli attori in base alle loro caratteristiche fisiche e di interpreti, perciò ho lavorato direttamente su quelle. Felice Orsini era una figura molto carismatica, amato dalle donne, un leader e Guido Caprino è effettivamente bello, alto, imponente. Giuseppe Mazzini è altrettanto affascinante ma in modo più spirituale, di lui spicca soprattutto l’interiorità e credo che queste qualità appartengano anche a Toni Servillo e al suo essere attore.

I costumi di Mazzini, che veste sempre di nero, subiscono dei cambiamenti perché invecchiando appare molto segnato dalla povertà, pur mantenendo sempre viva la forza interiore che lo contraddistingue. La personalità di Orsini, al contrario, è molto più attenta all’esteriorità, all’eleganza, è evidente che ci tiene ad essere ben vestito e così per lui ho puntato maggiormente sui dettagli e gli accessori, dal cappotto al cilindro.

Quali sono stati i vostri riferimenti pittorici e fotografici nella ricostruzione del periodo risorgimentale?

I dipinti sono stati importanti soprattutto per la prima parte della storia, ambientata nel 1830, quando le tecniche fotografiche non erano ancora adeguatamente sviluppate. La pittura ottocentesca però tende spesso ad addolcire o a idealizzare i fatti e i soggetti rappresentati e così Mario ha preferito, per i decenni successivi, far riferimento alle fotografie d’epoca per ottenere una maggiore impressione di verità ed essere più vicini all’individualità dei nostri protagonisti.

Mario ha guardato molto, da un punto di vista letterario, a certi personaggi dostoevskiani e credo che la fotografia in bianco e nero sia stata una base fondamentale su cui lavorare; il film del resto usa pochi colori, quasi esclusivamente blu, verde, grigio, marrone e nero. I costumi non si discostano da questo spettro cromatico ridotto perché non volevamo che apparissero troppo strani allo sguardo di uno spettatore di oggi: la moda ottocentesca non disdegnava il giallo o il blu squillante ma per “Noi Credevamo” abbiamo preferito utilizzare i colori del nostro tempo, pur mantenendo le linee e i tagli degli abiti dell’epoca. Insomma, non volevamo fare un film in costume nel quale i costumi schiacciassero la messa in scena: era essenziale avvicinare il Risorgimento al nostro presente, non renderlo ancor più distante.

“Noi Credevamo” ti ha portata al cinema ma gran parte della tua attività si concentra nel teatro e nella lirica: qual è il tuo metodo di lavoro abituale?

Nelle fasi iniziali il lavoro per la lirica non si discosta molto da quello per il cinema: si comincia parlando con il regista dopo aver letto il libretto, si discute dell’epoca di ambientazione e lì bisogna prendere in considerazione diverse variabili, perché il regista può optare per un approccio contemporaneo o magari abbiamo a che fare con una musica scritta nell’800 per una storia che però si svolge nel ‘400. Queste però sono questioni prettamente registiche, il mio compito consiste sempre nel creare immagini che possano evocare atmosfere e caratteri dei personaggi.

Nella lirica non è il regista che fa il casting, i cantanti sono selezionati dai teatri, perciò è necessario adattare i progetti alle loro caratteristiche fisiche reali, valutando tipologie di capi, tagli e lunghezze. Di solito lavoro sulle fotografie degli interpreti perché disegnare direttamente sull’immagine permette già di capire cosa può funzionare. Infine, decisi i tessuti e i colori, entra in gioco la sartoria per la produzione dei costumi. Per me l’essenziale è comunque far stare bene l’attore o il cantante nel proprio abito.

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