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Sanremo 2019: le inutili polemiche

Da due giorni non si parla d’altro. La vittoria di Mahmood al Sessantanovesimo Festival della Canzone Italiana ha scatenato molte polemiche, complici soprattutto le ragioni che hanno portato il giovane artista milanese in cima alla classifica, ovvero la preferenza della sala stampa e della giuria d’onore che ha letteralmente ribaltato il plebiscitario consenso verso Ultimo, in vantaggio per dispersione con il sistema del televoto.

Ora, che la divisione per determinare il vincitore della kermesse sia assolutamente da rivedere (come ha già sottolineato Claudio Baglioni stuzzicato da Renato Tortarolo in conferenza stampa) è certamente un fatto, perché oggettivamente è controverso poter gestire una situazione con una differenza di veduta così ampia come quella che si è creata sabato sera. Quello che è davvero inaccettabile è che la politica entri in un modo così prepotente al Festival Di Sanremo, non più in contrasto con il Celentano, il Benigni, il Crozza di turno bensì cavalcando la burrascosa ondata polemica “di pancia” che si è scagliata sui social, ricalcando in salsa sanremese il grande mantra del governo gialloverde: l‘eterna lotta (creata da loro stessi) tra i “Radical Chic” e il “Popolo”.

Diciamocelo, certamente alcuni video circolati in rete ritraenti (solo) alcuni giornalisti insultare i ragazzi del Volo in sala stampa non sono stati certamente d’aiuto, così come non lo è stato sminuire a colpi di 4 in pagella il successo di Ultimo, artista che, a prescindere dal gusto personale, registra in tutte le date del Tour il tutto esaurito e che, dopo appena un anno di carriera, in estate esordirà per la prima volta in uno stadio importante come l’Olimpico di Roma. Ma, ovviamente, questo non giustifica l’entrata a gamba tesa del governo, pronto a schierarsi dalla parte della gente, pronto a rilanciare l’ennesima bomba mediatica pre elezioni europee.

La tematica principale è ovviamente quella più vicina al pensiero comune e in linea con le politiche dei due Vice Premier (citofonare piattaforma Russeau e democrazia diretta): lasciare che il pubblico scelga il proprio vincitore senza che giornalisti e pseudo intellettuali possano metterci il naso, in quanto ormai lontani dalla realtà e da ciò che la gente desidera. Se Matteo Salvini si è soltanto limitato a twittare “ #Mahmood… mah..La canzone italiana più bella?!? Io avrei scelto Ultimo”, Luigi Di Maio si è superato, scrivendo addirittura un post su facebook con tanto di proposta risolutiva per la prossima edizione, la settantesima: abilitare esclusivamente il televoto per decretare il vincitore. No, non è Lercio e sì, lo ha fatto davvero:

Vedo che c’è un gran dibattito sul vincitore di Sanremo perché la giuria, composta da critici musicali del ‘calibro’ di Beppe Severgnini, e la sala stampa hanno totalmente ribaltato il risultato del televoto. Non ha vinto quello che voleva la maggioranza dei votanti da casa, ma quello che voleva la minoranza della giuria, composta in gran parte da giornalisti e radical chic. E qual è la novità? Questi sono quelli sempre più distanti dal sentire popolare e lo hanno dimostrato anche nell’occasione di Sanremo [...] E ringrazio Sanremo perché quest’anno ha fatto conoscere a milioni di italiani la distanza abissale che c’è tra popolo ed “élite”. Tra le sensibilità dei cittadini comuni e quelle dei radical chic. Per l’anno prossimo, magari, il vincitore si potrebbe far scegliere solo col televoto, visto che agli italiani costa 51 centesimi facciamolo contare!

La proposta avanzata è, al netto di tutto, sbagliata. Tralasciando il caso di Roberto Vecchioni, che nel 2011 con “Chiamami ancora nome” riuscì a trionfare mettendo tutti d’accordo, le restanti edizioni in cui il vincitore è stato determinato esclusivamente dal televoto sono state deleterie, basta semplicemente ricordare alcuni casi: Povia nel 2006 vinse con “Vorrei avere il becco”, nel 2009 Marco Carta trionfò con “La forza mia” nel podio horror composto da “Luca Era gay” (Povia) e “Non riesco a farti innamorare” (Sal Da Vinci). Le cose non andarono certamente meglio l’anno successivo con il primo posto conquistato da Valerio Scanu (“Per tutte le volte che”) e l’agghiacciante seconda posizione di Emanuele Filiberto, Pupo e il tenore Luca Canonici (“Italia amore mio”).  Dulcis in fundo è opportuno riportare l’edizione morandiana del 2012, quando Emma si aggiudicò il Leone con “Non è l’inferno” a discapito delle bellissime “La notte” (Arisa) e “Sono solo parole” di Noemi.

I casi sopra riportati dimostrano quanto sia difficile lavorare a un sistema equo che premi, dopotutto, semplicemente una canzone. Ministri, vi prego, lasciateci discutere in santa pace. Lasciate che la dirigenza RAI e il direttore artistico del prossimo Festival riescano a trovare una soluzione concreta e fattibile da soli, senza dover necessariamente fomentare i vostri seguaci e far salire i vostri troll sul carro degli haters. Sanremo è bello perché crea dibattiti, divide, a volte fa anche incazzare, ma resta sempre un evento di costume, un momento atteso da milioni di italiani per passare una settimana diversa e avvicinarsi magari ad artisti prima sconosciuti (e in questo Claudio Baglioni quest’anno ha fatto un capolavoro). In fondo Sono solo canzonette, diceva Bennato. No?

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